L’umidità è ciò che mi ha sempre dato fastidio della mia città.

 Ridente paesetto, disteso, stiracchiato al confine tra le Marche e l’Abruzzo, tra quello che era lo Stato Pontificio e il Regno delle due Sicilie. D’estate, dal mare, la brezza ti acceca con il suo riverbero e la camicia bianca ti si appiccica sulla pelle.

Eh sì, bianca, anche se alle adunate d’inverno o nella bella stagione quella nera era d’obbligo, in piazza ad ascoltare i discorsi di “Lui”, con il fez in testa, prima balilla, avanguardista e poi con i G.U.F.

Ricordo tutto con piacere perché questo cielo blu di San Benedetto del Tronto mi fa rammentare gli occhi di Rosa, la ragazza che ho sposato prima di partire, ne ricordo il profumo la prima volta che l’ho vista vicino alla fontana, con le amiche in divisa da giovane italiana, i capelli raccolti e i libri tra le braccia, gli anni del nostro amore, sono stati quelli delle belle parole, dell’Impero e delle speranze guerriere del Duce, gli anni del “Me ne frego”; anni stupendi di corse, Campari e baci nascosti.

Gli scalini della stazione non sono cambiati, sono gli stessi che ho calcato dopo l’ultima licenza, mentre tutto intorno è mutato, le palazzine che portavano fino alla strada nazionale non ci sono più, al loro posto file di vetrine e negozi mi fanno girare la testa.

L’aria è satura di fumi, gas di scarico di automobili, che a decine. a centinaia mi corrono a fianco. Passo davanti al dopolavoro ferroviario, un cinematografo espone locandine di un film di donne nude.

 Com’è cambiata la vita.

 Sorrido a un anziano che è vicino a me. 

lo guardo scuotere la testa e tirare dritto, senza salutare, come se non esistessi. Svolto in una viuzza sulla destra e mi trovo nei vicoli di basse casette che erano di pescatori, ora vuoti magazzini.

“Come sei cambiata città mia.”.

 Non so nemmeno io quanto sono stato lontano, la guerra non ha avuto pietà di nessuno. 

Rosa mi ha scritto per un po', poi i continui spostamenti del fronte hanno fatto sì che la posta non arrivasse più, e che le lettere andassero perdute nel deserto.

Il Sahara, il nostro posto al sole, quel pezzo di terra che doveva essere parte dell’Impero e che invece fu il nostro epitaffio di sabbia. Bengasi, Tobruk perse nel ’41, l’avanzata per Alessandria e poi la tomba a El Alamein.

 È da quel giugno che continuo a sentire tra i denti quella terra bollente, quella sabbia fine che di tanto in tanto mi vedo spuntare da dentro i vestiti.

Arrivo all’ospedale ed è chiuso, non c’è più, ho difficoltà a orientarmi, chiedo a un uomo che fine abbia fatto, ma mi guarda con la faccia stanca e va via.

“Ignorante e maleducato.” Penso. Dovrei dirgliene quattro, ma lascio perdere, voglio tornare a casa.

Dalle coste libiche, tempo fa, inviai un telegramma che annunciava il mio rientro, ma nessuno è venuto alla stazione.

Ricordo, che quando tornò mio padre dall’altra guerra, quella dei gas e dei sacrari, ero piccolo e lui mi raccontò della fanfara e il discorso del sindaco. Era stato Ardito e per questo insignito di una medaglia, un “Caimano del Piave”, bombe a mano e pugnal fra i denti.

 “Povero papà, rischiare la vita tante volte e morire di peritonite qualche anno dopo.”

Finalmente arrivo a casa. Il conflitto ha segnato anche lei, la pittura della facciata è scrostata, piccole crepe a ragnatela la segnano, come il viso dell’anziana signora che è seduta nel giardino, apro il cancelletto e mi faccio avanti, il portone è chiuso. Busso.

Mentre attendo che mia moglie mi venga ad aprire, guardo la donna che è seduta poco distante, si fa vento con una rivista e tiene gli occhi chiusi, il sole deve darle fastidio benché sia sotto un ombrellone, accanto a sé ha dei vecchi libri, vecchi come lei.

Busso ancora, busso più forte.

Alle mie spalle un vociare mi fa voltare, un gruppo di bambini con una donna entrano nel giardino.

“Buongiorno maestra Rosa, come sta?”

L’anziana donna apre gli occhi azzurri come il cielo, azzurri come quelli di mia moglie.

“Rosa, Amore!” Grido.

Ma il vociare di quei piccoli scalmanati mi surclassa, busso più forte alla porta, ma nessuno viene ad aprire.

“Rosa!” Grido più forte.

“Maestra tutto bene?” chiede la donna che è insieme ai ragazzini.

“Si, anche se ogni anno in questi giorni, il dolore e la solitudine si fanno più forti.”

“Nonostante tutti questi anni?”

“Sì, nonostante siano passati sessant’anni, quell’amore, quell’unico amore mi fa star male, sono invecchiata con la speranza del suo ritorno e credetemi, poco fa ho sentito la sua voce chiamarmi e dirmi “Amore.”.

Siedo sulla terra, in questa oceanica distesa di sabbia e guardo l’orizzonte infinito con i miei poveri occhi bruciati dal sole, il vento fa muovere le dune mutando il paesaggio, rendendo meno monotona la mia solitudine, guardo il tempo che va avanti e aspetto il momento giusto per tornare a casa. L’urlo della battaglia ora si è dileguato, il mio corpo non esiste più, solo il mio amore mi tiene qui e mi farà tornare a casa, la guerra è finita. Rosa aspettami. 

 

 

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