Max si versò un bicchiere di succo d’uva. Era l'unico avventore della mensa. Allungò le gambe e posò lo sguardo fuori dalla finestra.
Il terreno rosso era spazzato dal vento. HU822 era un pianeta capace di generare tornado. Se il vento rinforzava, il decollo sarebbe stato compromesso.
Abbassò la testa sul piatto metallico e, con un colpo deciso della forchetta, infilzò l’ultimo boccone di spezzatino.

— Uhm, pensavo di mangiare meglio.

Rialzò il capo. Sullo schermo di fronte i numeri segnavano le 16:00, ora standard. Era ora di rientrare all'Asper.
Si alzò e portò il vassoio alla rastrelliera. Un piccolo robot a tre ruote si palesò al suo fianco.
Max si girò verso di lui.

— P54, portami alla reception.

Il robot si voltò e si diresse verso la porta scorrevole.

* * *

L’Asper era circondata da un ponteggio, dove tre carpentieri stavano riparando il motore danneggiato.
Max sollevò la testa. Il vetro interattivo del casco della tuta zoomò sul cilindro in acciaio. Contemplò il lavoro: stimò che in un’ora avrebbero terminato.

Percorse la rampa che lo portava dentro la stiva dell’astronave e si diresse verso il carico aggiuntivo.
La cassa metallica era stata bloccata sul pavimento da cinghie: 150x50x50 cm, standard. Si avvicinò e la contemplò.
Appoggiò la mano sul coperchio.

— Chissà cosa mi hanno rifilato...

I peli del braccio si rizzarono. Una voce metallica eruppe negli auricolari.

— Io non l’aprirei, fossi in te.

Max alzò il braccio e indietreggiò.

— Wall! Accidenti a te, non puoi annunciarti?

— Chiedo scusa, o mio comandante.

— Fottiti. — Si avvicinò alla cassa. — Hai scansionato questa cosa? Cosa contiene?

— I protocolli di sicurezza della Space Force...

— Non mi frega nulla della Space Force, Wall. — Premette sul display per analizzare la schermata di login. — Cosa contiene?

Una scarica statica infastidì Max. La voce metallica tornò, più bassa.

— Confesso che non sono riuscito a penetrare completamente la schermatura. Tuttavia, ho accertato che non contiene metalli o minerali radioattivi.

Max bussò sul coperchio. Il suono rimandato gli ricordava uno spazio parzialmente occupato.

— Rilevi qualche tipo di energia, oltre a quella usata per alimentare lo schermo?

— In effetti, mio comandante, rilevo fluttuazioni. C’è qualche dispositivo all’interno.

Max raddrizzò la schiena.

— Una bomba?

— È possibile. Suggerisco di non indagare oltre. Non desidero diventare limatura di ferro anzitempo.

— Mi commuove che tu anteponga la tua esistenza alla mia, Wall.

— Ti ricordo che solo grazie a me hai una vaga possibilità di tornare sulla Terra.

Max scosse la testa, azionò il comando per chiudere la stiva e, dopo che l’atmosfera fu riequilibrata, si tolse la tuta.

— Controlla il carico. E quando hai il via libera dalla base, avvisami. — Si mosse verso la cabina di pilotaggio. — Prima partiamo, prima molliamo il fardello.

* * *

Max controllò gli indicatori di viaggio. La schiena allungata sul sedile reclinabile, i piedi appoggiati sulla plancia. Il sigaro elettronico emetteva anelli di fumo multicolore.
Era in volo da poco più di un’ora, e il motore numero quattro dell’Asper funzionava regolarmente.

Una voce metallica lo fece sobbalzare.

— Non è una posizione consona a un comandante.

— Porca miseria, smettila di fare così! — Max si raddrizzò. — Ti silenzio.

— Sarebbe un errore. Non potrei avvisarti dei pericoli e delle novità.

Si alzò in piedi.

— C’è un pericolo?

— No, mio capitano, ma c’è una novità.

Max spense il sigaro elettronico e lo cacciò nel taschino della tuta.

— Non farti pregare. Cosa c’è?

— La cassa. Sono riuscito a rilevare qualche parametro in più. Non è una bomba.

Max incrociò le braccia.

— ...e?

— Non so cos’è. So solo che non è una bomba.

Max si grattò la barba incolta.

— Wall, se contenesse qualche spora pericolosa? — Spalancò gli occhi. — O un nuovo materiale prezioso?

S’incamminò verso la stiva a passo deciso.

— Ora mi darai una mano ad aprirla. Senza proteste.

La porta scorrevole si aprì silenziosamente. Con due falcate fu davanti al carico extra. Posò la mano sullo schermo e attivò l’interfaccia.

— Wall, serve una password a dieci cifre e un controllo OTP. Puoi provvedere? Metti gli scudi al massimo, interni ed esterni.

— Vuoi farmi infrangere il protocollo di sicurezza della Space Force? Ti rammento...

— Ti rammento che ho speso una fortuna per farti l’upgrade. E se non fai quello che ti dico, ti resetto alle funzioni base. — Sogghignò. — Per far volare l’Asper bastano quelle.

Una luce azzurra colpì il display. I numeri cominciarono ad apparire così rapidamente che Max non riuscì a distinguerli.
Con un “bip” appena percepibile, lo schermo diventò verde. La serratura scattò.

Max si avvicinò, ondeggiò sulle gambe, poi andò a prendere la tuta da esterno e la indossò.

Nel casco rimbombò la voce di Wall.

— Paura, eh?

— Solo prudenza, dato che il mio cazzo di computer di bordo non è in grado di dirmi cosa contiene la cassa.

Afferrò il coperchio e lo sollevò con delicatezza. Sporse la testa.

— Porca miseria!

L’essere rossiccio indossava una maschera. Una serie di cavi con elettrodi ne monitorava le funzioni vitali. Aveva un muso simile a un coniglio, due paia di orecchie — piccole e grandi — e quattro arti con mani a tre dita. Una corta coda nera completava il quadro. Delle cicatrici gli attraversavano il corpo.

Max allungò una mano e lo toccò sul petto. Avvertì il movimento del torace. Le palpebre dell’essere si aprirono: due occhi grandi, viola, si posarono su di lui.
Una scarica gli attraversò il braccio. Un caleidoscopio di immagini gli invase la mente: trivelle, roccia frantumata, esseri urlanti che correvano ovunque, polvere.

Barcollò e crollò sulla schiena.

Wall azionò l’allarme.

— Comandante! — alzò il volume. — Max, rispondi!

Un robottino a tre ruote uscì da uno scomparto e si avvicinò all’uomo. Lo toccò con le pinze e lo scosse.

Max aprì gli occhi. Respirava piano.

— Oh cavolo...

Si alzò a sedere.

— Wall, abbiamo un problema.

— Solo uno, comandante?

Max si alzò e tornò alla cassa. L’essere aveva richiuso gli occhi. Gli accarezzò il pelo con delicatezza, poi richiuse la cassa.

— Wall, non possiamo consegnare O’Niglio alla base.

— E chi o cosa sarebbe questo O’Niglio?

Max mise una mano sulla cassa.

— Lui, ovviamente. — Si tolse il casco e passò una mano tra i capelli. — È un abitante di questo mondo, e la Space Force ha decimato la sua colonia per gli scavi minerari.

A passo di carica si diresse verso la plancia di comando.

— Dobbiamo pensare a come salvare lui e il nostro carico.

— Sarà un’impresa ardua, comandante. Sicuro di volerlo salvare? Le probabilità di riuscita sono dell’89% a nostro sfavore. Suggerirei...

— Suggerisco di stare zitto e aiutarmi a trovare una soluzione.

Si voltò verso la cassa, dondolò un po’ sulle gambe.

— Chissà in che guaio ci siamo cacciati.

Si voltò e continuò a camminare.

 

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