Il Rito del Capanno dei Cacciatori

Il Rito del Capanno dei Cacciatori

Ascoltate bene, perché questo non è un racconto come gli altri.
È la storia di un momento sospeso tra la fine e l’inizio,
tra l’estate che si ritira e l’autunno che avanza con passo deciso.

In un angolo nascosto del bosco, c’è un capanno 
umile, grezzo, ma sacro.
Un santuario di legno e di polvere,
dove gli uomini si ritrovano ogni anno, a fine estate,
per dire una cosa semplice e potente:
“Non ci fai paura, Autunno.
Siamo qui, pronti ad accoglierti.
Ti onoriamo, come meriti.”

Non è una sfida fatta con la voce,
ma col corpo, col respiro, con la terra stessa.
I salumi appesi, i formaggi stagionati,
le verdure raccolte e messe sott’olio
sono l’offerta alla stagione che cambia.
La pasta fatta a mano, condita con il sugo di lepre o di volpe 
quei selvatici che la natura concede solo a chi sa aspettare 
racconta di un legame antico,
fatto di fatica, pazienza e rispetto.

Le doppiette sono lì, silenziose,
come testimoni del patto che unisce l’uomo alla natura.
La carne che arrostisce è il respiro caldo
di un fuoco che non si spegne mai.
E il vino rosso scorre lento,
denso come il sangue di questa terra
che sa di sacrificio e di festa.

Questo rito non è solo cibo e vino.
È un modo per dire al freddo che arriva,
all’oscurità che avanza,
che noi ci siamo.
Che siamo pronti a stringere la mano all’inverno, senza paura.
Che sappiamo resistere, celebrare, e rinascere.

Così ogni anno si rinnova questo miracolo
semplice e selvaggio,
una promessa fatta tra uomini e boschi,
un canto senza tempo che risuona tra le foglie,
come un sussurro che dice:
“Qui, siamo vivi.”

E si arrivava al capanno sapendo che era un momento
non solo per condividere cibo e vino,
ma anche per dire all’altro:
l’inverno non fa paura se lo attraversiamo insieme.
La neve — non quella di oggi, rara come un fiore
che spunta tra le rocce —
ma quella di un tempo, abbondante, implacabile,
ti metteva alla prova.
E se avevi seminato bene durante l’estate
e il breve autunno,
allora potevi godere del tuo lavoro davanti a un camino acceso.

Ma un tempo, almeno,
lo facevamo in modo leale.
Una lotta per la sopravvivenza,
una legge antica e spietata, ma giusta:
“Noi o loro.”

Non si prendeva mai più di quello che serviva.
Un patto antichissimo con Madre Natura,
che sapeva essere spietata e dolce come nessuno.
Si prendeva il giusto, e si lasciava il resto.
Si cacciava per fame, si raccoglieva per necessità,
si ringraziava per ogni dono ricevuto.

Ora gli uomini hanno dimenticato quel patto.
Sono diventati avidi e insaziabili,
e si prendono assai di più di quanto serva.
Prendono per accumulare, per possedere, per dominare.
E nel farlo, lasciano alle altre creature
che abitano questa terra
meno delle briciole.

I fiumi si seccano, i boschi si ammalano,
le stagioni impazziscono.
Il silenzio degli animali si fa assordante,
e il cielo, un tempo alleato,
ci guarda con occhi stanchi e pieni di delusione.

Il capanno allora resta lì,
come un ultimo avamposto di memoria,
un luogo in cui il tempo sembra ancora avere senso,
in cui il fuoco arde per condividere e non per consumare,
in cui la caccia è ancora rito e non rapina.

E forse, in quel silenzio sospeso tra la brace e il bosco,
tra una bottiglia svuotata e una carezza al cane,
qualcuno lo sente ancora,
quel richiamo profondo e dimenticato
che dice:
“Prendi solo ciò che serve.
E restituisci sempre qualcosa.”

 

 

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