Vienna, 1825.

Molti anni erano passati dalla caduta di Napoleone Bonaparte. La città, dopo il lungo dominio francese, stava lentamente ritrovando la sua anima imperiale. Il Danubio scorreva lento, accarezzando le rive con eleganza, come se anche lui volesse lasciarsi alle spalle le macerie della guerra. Lungo le sue sponde, Vienna tornava a vivere.

 

Le luci giallastre dei lampioni tremolavano sulle acque del fiume, disegnando riflessi liquidi, irreali. Le carrozze cigolavano sulle pietre dei vicoli, trasportando nobili di ritorno dai salotti cittadini. Tutto sembrava immerso in un’atmosfera ovattata, quasi sospesa. Poi, d’un tratto, il silenzio venne spezzato.

 

Urla strazianti provenienti da una casa affacciata sull’argine destro del Danubio ruppero la calma della notte. Un uomo correva per le strade illuminate, il volto stravolto, il fiato corto. Era giovane, alto, con i capelli lisci e biondi come l’oro, e gli occhi azzurri, chiari come il cielo d’estate. Si chiamava Herbert, e correva senza voltarsi indietro.

 

Due ore prima era fuggito da quella stessa casa, testimone involontario di un orrore inimmaginabile.

 

Il delitto

 

La polizia, avvertita dai vicini, arrivò rapidamente. La scena che si presentò davanti ai loro occhi era macabra: Brigitte Schulz, la padrona di casa, giaceva esanime sul letto, con il cranio sfondato e il busto martoriato. Il marito, il giudice Schulz, era nella sala da tè, seduto nella sua poltrona preferita, la testa reclinata all’indietro, un sigaro ancora acceso tra le dita.

 

Per gli agenti, la soluzione era ovvia: un omicidio seguito dal suicidio. Ma si sbagliavano. La verità era molto più oscura.

 

Herbert, giovane studente di legge, si era ritrovato invischiato in una spirale di eventi più grandi di lui. Non era un assassino, non era un violento. Era solo il capro espiatorio perfetto.

 

Gli anni prima

 

Figlio unico di una coppia di avvocati viennesi, Herbert era cresciuto tra codici, tribunali e udienze. Fin da bambino, accompagnava la madre nei palazzi di giustizia, dove gli uscieri lo intrattenevano mentre lei arringava in aula. A otto anni leggeva Cicerone e si appassionava alla retorica socratica.

 

I suoi genitori, fieri e ambiziosi, sognavano per lui una brillante carriera forense.

 

Durante un’estate in campagna, Herbert conobbe Franci, una ragazza dolce e riservata, dai lunghi capelli scuri e la carnagione olivastra. Il loro amore sbocciò in modo puro e improvviso, seduti su una panchina che dominava una pianura sterminata. Quel giorno, Franci gli consegnò una lettera e una cartolina con un cuore disegnato. Herbert la lesse subito, commosso. Poi la baciò. E da quel momento, non si separarono più.

 

Il giudice

 

Dopo due anni di fidanzamento, Franci lo presentò ai genitori. Il padre, il giudice Schulz, lo accolse con freddo distacco.

 

«Così tu saresti il fidanzato di mia figlia?»

 

«Sì, signore. Studio legge. Vorrei diventare avvocato.»

 

«Un avvocato?», disse il giudice con disprezzo. «Sai che potrei essere io il giudice di una tua causa? Detesto gli avvocati. Fanno solo perdere tempo.»

 

Franci cercò di intervenire, ma fu inutile. Il padre accese un sigaro e si rifugiò nel suo silenzio carico di giudizio.

 

In quella stessa occasione, Herbert conobbe Rachele, la migliore amica di Franci. Bionda, bellissima, con uno sguardo tagliente e ironico. Si presentò con un sorriso ambiguo.

 

«Ciao, Herbert. Non ti ha parlato di me? Hai paura che ti rubi il fidanzato, Franci?»

 

Quel primo incontro lasciò in Herbert una strana sensazione. C’era qualcosa di innaturale nel modo in cui Rachele lo scrutava.

 

L’ombra della malattia

 

Col passare del tempo, Herbert cominciò a soffrire di crisi depressive. Il peso degli studi, la pressione familiare, le aspettative, lo portarono a chiudersi in se stesso. Franci, preoccupata, lo convinse a rivolgersi proprio a Rachele, che nel frattempo era diventata una stimata psichiatra.

 

«Preferisco la notte. La luce la lascio agli altri», gli disse al primo incontro.

 

Herbert iniziò un percorso terapeutico. E sembrava funzionare. Si sentiva meglio, più lucido. Ringraziò Franci per il sostegno, certo che l’amore li avrebbe salvati.

 

Ma non sapeva che, dietro le cure, si celava un piano diabolico.

 

Il segreto

 

Rachele non era solo un’amica. Era la figlia illegittima del giudice Schulz, nata da una relazione con la domestica Anna, prima che l’uomo sposasse Brigitte. Quando seppe della gravidanza, Schulz la cacciò, abbandonandola al suo destino.

 

Anna crebbe Rachele da sola, prostituendosi per sopravvivere. La bambina fu esposta agli abusi e all’indifferenza del mondo. Col tempo, sviluppò un rancore profondo verso l’uomo che le aveva negato tutto.

 

La sifilide, contratta in giovane età, le danneggiò lentamente la mente. Ma Rachele era furba, brillante, manipolatrice. Si avvicinò a Franci, la sorellastra ignara, con l’obiettivo di distruggerla. La fiducia che Franci riponeva in lei fu l’arma perfetta.

 

Il piano

 

Il giudice Schulz organizzò un viaggio estivo per Franci e la moglie in Italia. Tre mesi lontani da Herbert. Lui ne fu devastato. Litigarono. Si lasciarono. Ma nessuno dei due riuscì a colmare il vuoto.

 

Passarono mesi. Poi, una sera, Herbert ricevette una lettera: Franci lo invitava a casa sua. Ma quella lettera non l’aveva scritta lei.

 

Quella notte, Rachele mise in atto la sua vendetta. Si introdusse nella casa dei Schulz, affrontò la signora Brigitte e la colpì con un’accetta. Poi strangolò il giudice con una sciarpa.

 

«Papà», sussurrò, «ti ricordi di me? Sono la bastarda che hai gettato in strada.»

 

Il capro espiatorio

 

Herbert arrivò troppo tardi. Vide i corpi. Fuggì. Cercò Franci per capire. La trovò stordita, imbottita di sedativi. Provò a parlarle, ma lei lo guardò con terrore.

 

«Come hai potuto fare questo ai miei genitori?», sussurrò.

 

«Non sono stato io… Franci, ti prego…»

 

Ma era troppo tardi. La polizia fece irruzione. Herbert fu arrestato.

 

Epilogo

 

Herbert fu condannato. Nessuno volle ascoltare la sua versione. Franci, manipolata, divenne un’ombra. Rachele aveva vinto. La sua vendetta era compiuta: aveva distrutto un padre che l’aveva rifiutata, una sorella che aveva avuto ciò che lei non aveva mai conosciuto, e l’unico uomo che la sorella avesse mai amato.

 

Vienna continuava a scorrere lenta sotto il cielo d’estate, ignara del dolore che bruciava dentro una prigione e in un cuore spezzato.

 

 

 

 

 

 

 

 

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