Erano ormai parecchi anni che viveva sola, da vedova.
Aveva le sue abitudini che regolavano le giornate e, in quel periodo dell’anno, quando il tramonto arriva presto, la sua routine serale era rilassarsi completando un puzzle, sorseggiando una tisana alla cannella.
Quella era la sua consuetudine, nell’attesa del Natale.

Così, quando il bollitore le diede il segnale, immerse il filtro affinché rilasciasse tutto il suo aroma nell’acqua. Poi, prendendo la tazza, si diresse verso il tavolo del salotto, dove il puzzle giaceva in attesa.

Cominciò la ricerca lenta del pezzo da incastrare: una ricerca paziente, antica, quasi nostalgica.

Un piccolo dolore al braccio sinistro la infastidì.
Non ci fece caso. Era così lieve.

Volse lo sguardo al puzzle: qualcosa non tornava.
Era come se l’immagine fosse… diversa.
Per un attimo restò interdetta.
“Che brutti scherzi gioca la stanchezza”, pensò, e tornò a cercare il pezzo giusto.

Eppure, man mano che i tasselli si incastravano, l’immagine prendeva forma.
E lei, pian piano, ne prendeva coscienza.
Non era più un campo di girasoli.
O forse non lo era mai stato?

Era un volto.
Il volto di un uomo. I tratti ancora incompleti… ma familiari. Troppo familiari.

Un brivido la attraversò quando completò gli occhi.
Quello sguardo.

L’aveva visto ogni giorno della sua vita, tanti anni fa.
L’aveva visto spegnersi, bagnato dalle sue lacrime.
L’aveva visto brillare di gioia, il giorno in cui incrociò lo sguardo del neonato che lo chiamò “papà”.

Con le mani tremanti continuò a completare la figura.

I lineamenti del viso prendevano sempre più forma, e le sue mani erano sempre più scosse… come il suo animo.

Con tenerezza, ed un pizzico di incertezza, mise l’ultimo pezzo.

Era lui.
Che sorrideva.
Quel sorriso che l’aveva convinta, da ragazza, a seguirlo per tutta la vita.

L’immagine era così viva, così reale, che un pensiero cominciò a intrufolarsi.
Sempre più insistente, la convinse a fare un’azione che mai avrebbe immaginato.
Eppure, era così viva quell’immagine… Non riusciva a resistere alla tentazione di un ultimo bacio.

Si avvicinò lentamente a quel volto che aveva conosciuto così a lungo.
E con gli occhi gonfi, diede un bacio sulle labbra.

Il contatto fu l’apice.

Scoppiò in lacrime, pensando a quanto aveva amato quell’uomo… e a quanto le mancasse.
La disperazione di non poter fare null’altro che piangere le attanagliava l’anima, scuotendola con brividi e spasmi fortissimi.
Il dolore! Il dolore di quelle lacrime era spaventoso.

Esausta, appoggiò la testa al tavolo.
Sentiva che la stanchezza e la spossatezza del pianto le stavano facendo mancare le forze.

Così decise di dormire lì.
Con la testa appoggiata al tavolo e lo sguardo fisso su quel volto.
Quel volto che avrebbe voluto, ancora una volta, accanto a sé.
Così le sembrava di essere di nuovo con lui.
Di addormentarsi di nuovo con lui.

Chiuse gli occhi, e un sonno pesantissimo la prese.

Il mattino dopo, suo figlio — che passava ogni giorno per la colazione — la trovò ancora appoggiata al tavolo, la testa piegata sul puzzle.

«Mamma?»
Che sonno profondo aveva?

Si avvicinò e le sfiorò una spalla, sorridendo:
«Dai, svegliati… Ti si fredda il caffè.»

La chiamò ancora, ma qualcosa, nel silenzio della stanza, cominciò a sembrargli strano.
Appoggiò la mano sulla sua schiena. Era fredda. Immobile.

Il sorriso gli si congelò sul volto.
«Mam…»
Si interruppe.
Capì.

Per un attimo restò in piedi, senza parlare, lo sguardo smarrito.

Poi lo vide: il puzzle sul tavolo.
Era uno dei tanti. I girasoli di Van Gogh.
Sua madre ne aveva la casa tappezzata: quadri completati, incorniciati o in attesa di esserlo. Sempre e solo girasoli.

Strano, pensò.
Questo gli sembrava… diverso.
Si chinò a guardarlo meglio, ma era solo un puzzle. Giallo, solare, come sempre.

Scosse la testa e sospirò.
Forse era solo la luce del mattino.
O forse erano gli occhi appannati dalle lacrime.

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