[Interno di una tenda militare. È notte. La pioggia batte e rimbomba sulla tela spessa, con un fragore costante. Il vento, un respiro freddo e incessante, fa fischiare le cinghie e tremolare la lampada a olio, che getta ombre danzanti sulla nuda terra umida. Un odore di terra bagnata, di cuoio e di fumo aleggia nell’aria. Marco Aurelio giace su un letto da campo, il mantello militare stretto fino al mento. Accanto a lui, Lucio è accovacciato, avvolto in un panno logoro, gli occhi lucidi nel buio.]

[All’improvviso, Marco Aurelio si sveglia di soprassalto, il respiro affannoso. Il suo corpo è coperto di sudore freddo. Si tocca la fronte, come per scacciare un’immagine orribile.]

Lucio (si alza e si avvicina con cautela):
«Cesare? Un brutto sogno?»

Marco Aurelio (la sua voce è un sussurro che sfida il vento):
«Ho sognato la guerra, Lucio. Non la battaglia, ma la fine.
Ho visto la rovina... ho visto il logos infrangersi.

Molti credono che il potere sia un premio, un mantello di porpora, un dono degli dèi.
Ma è una tunica di ferro, e la sua trama è intessuta di rinunce.
Ogni pensiero, ogni respiro... non è stato mio. È stato per Roma.

La ragione che governa il cosmo esige che qualcuno sacrifichi il proprio sangue per mantenere la trama intatta.
Senza di esso, il mondo cade nel caos. Non la semplice anarchia, ma una tenebra che divora ogni cosa.»

Lucio (dopo un lungo silenzio, la voce è un mormorio roco, quasi una confessione):
«Anch’io ho visto il caos, Cesare.
Non nei barbari che abbiamo combattuto, ma nei bambini che piangevano sulle ceneri delle loro case a Vindobona.
Roma dice di portare civiltà, ma io ho visto solo la sua forza distruttrice.
Più volte mi sono chiesto se ciò che facevamo avesse un senso.»

[Marco Aurelio chiude gli occhi. Per un istante, il suo volto sembra quello di un vecchio stanco, non di un imperatore. Poi li riapre: i suoi occhi sono limpidi, quasi di marmo.]

Marco Aurelio:
«Anch’io me lo sono chiesto.
E mi sono risposto: la guerra è un male, ma è il male che impedisce al caos di divorarci.
È il veleno che beviamo per non morire di sete.
Non siamo perfetti, ma siamo l’ultima barriera tra l’ordine e il nulla.

Vedo le legioni manovrare sul campo di battaglia.
La capacità di difendersi e di attaccare come un sol uomo, l’ordine e la disciplina: sono lo specchio di ciò che Roma rappresenta per il mondo.
Un’opportunità di pace dopo la tempesta.

Prego gli dèi di non essermi sbagliato.
Prego che Roma sia stata un sogno per l’umanità, non un incubo.»

[L’ombra di un ricordo vela il suo sguardo. Estrae dalla toga un piccolo medaglione d’argento, consunto dal tempo. Sul volto inciso di Faustina c’è un sorriso che sembra sfidare l’eternità.]

Marco Aurelio (la sua voce si incrina, quasi un lamento):
«Ho avuto una moglie, Lucio.
Faustina... l’unica persona che mi abbia mai chiamato Marco.
Ricordo le sue risate, così piene che riempivano i corridoi del palazzo.
Avrei voluto restare accanto a lei. Ma le legioni mi chiamavano, i confini gridavano. E io ero sempre altrove.
Ho trascurato la mia gioia, i miei figli, il calore di casa.
Sono stato un fantasma nella mia stessa vita.»

[Stringe il medaglione tra le dita tremanti. Il suo volto è quello di un uomo che ha perso qualcosa di insostituibile. Lucio, commosso, china il capo.]

Lucio:
«Nessuno può rimproverarvi, Cesare.

Ho visto un grande generale che dà ordini ai suoi uomini, che li incita:
“Nei Campi Elisi avremo la ricompensa di ciò che facciamo in vita... onore e forza.”
Li sprona, dà loro coraggio per affrontare il nemico.
Un nemico assalito da istinti bestiali, incapace di trattenersi, che cede alle insegne di Roma.
Un grande generale amato dai propri soldati.»

[Marco Aurelio sorride appena, un sorriso stanco, fatto di rimpianti.]

Marco Aurelio:
«Il mio giudice non è il popolo, Lucio. Sono io.
E so che la mia vita è stata il prezzo per l’ordine del mondo.
Un prezzo che ho pagato fino all’ultima goccia.»

Lucio:
«E chi porterà questo fardello quando voi non ci sarete più?
Un altro uomo solo?»

Marco Aurelio (respira a fondo, un respiro pesante come il destino. La voce si fa grave, quasi un tuono lontano):
«Mio figlio, Commodo.
So che non è il migliore tra gli uomini, ma porta il mio nome.
Un altro uomo adottato come fece Antonino Pio con me e con mio fratello Lucio Vero  potrebbe non essere accettato.
Se il trono restasse vuoto, i generali si sbranerebbero come lupi e Roma cadrebbe nel sangue dei suoi figli.
Meglio un principe imperfetto, un male minore, che un massacro in nome di cento usurpatori.»

Lucio:
«Avete paura, Cesare?»

Marco Aurelio (un ultimo, dolente sorriso. Lascia che il medaglione scivoli lentamente tra le dita):
«Non della morte. La morte è l’unico riposo.
Temo solo che la ragione si perda, che il caos ritorni.
Ho dato la mia vita perché un giorno, gli uomini possano scegliere la giustizia invece della violenza.
Se ciò accadrà, la mia vita non sarà stata vana.»

Marco Aurelio (i suoi occhi si fermano fissi, poi come una preghiera):

«Ecco là io vedo i miei antenati.
Ecco là io vedo i Lari e i Penati che hanno custodito la mia casa.
Ecco là io vedo Roma, eterna, che mi chiama.
Mi invitano a prendere posto nei Campi Elisi,
dove l’uomo giusto può riposare per sempre.»

 

[Marco Aurelio chiude gli occhi, esausto. Il suo respiro si fa sempre più flebile, finché cessa. Lucio resta immobile, le lacrime gli solcano il volto. Poi, lentamente, raccoglie il medaglione di Faustina dalla mano inerte dell’imperatore. Lo stringe nel pugno, come a serbare l’ultimo calore di un fuoco che si spegne. Fuori, il vento tace. La lampada a olio tremola un’ultima volta, poi si spegne. Nel buio, solo il rumore della pioggia. E il silenzio.]

 

Lucio (sottovoce):
«Che gli dèi vi accolgano, Cesare.»

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