Ero appena tornato a casa dal lavoro quando il telefono fisso squillò.

Mentre sollevavo la cornetta, mi chiesi chi oltre a me usasse ancora quel tipo di comunicazione, in quest'epoca tutti ormai utilizzavano il cellulare. La cornetta del buon vecchio telefono era ormai tramontata.

“Ciao Andrea, sono Francesco, ti ricordi?”

Non capii subito di chi si trattasse: era una voce che proveniva da una distanza così grande, da così tanto tempo, che in quel momento faticai a darle un volto.

“Sì, ciao, mi ricordo. Come stai?”

All’improvviso fui attratto da qualcosa che stava succedendo alla TV. Era come se nello sguardo mi fosse rimasto qualcosa impigliato, un’immagine sfuggente dai contorni indefiniti.

Il mio udito si disinserì automaticamente, non so neppure come spiegarlo. Qualcosa da cui il mio inconscio forse voleva allontanarmi, per proteggere la mia zona di coscienza.

Guardai meglio e misi a fuoco lo schermo.

Le immagini mostravano in diretta una torre altissima, simbolo di New York, avvolta da una colonna di fumo grigio. La voce concitata dei giornalisti cercava di dare spiegazioni, ma non ce n’erano. 

Rimasi immobile, con la cornetta ancora in mano, mentre le telecamere indugiavano su quell’edificio ferito colpito, come un gigante ferito al petto.

Francesco continuava a parlarmi, ma le parole arrivavano ovattate:

“... Giovedì alla pizzeria del paese... Ci sarai anche tu, vero?”.
Risposi meccanicamente:

“Sì, certo...”, senza sapere bene cosa stessi dicendo.

Un attimo dopo un secondo aereo attraversò l’inquadratura e si schiantò contro l’altra torre. Un lampo, una fiammata immensa, poi una pioggia di detriti e fumo che sembrò coprire tutto il mondo. Tutto si fermò.

La prima torre rimase lì, ancora in piedi, come se stesse trattenendo il respiro; la seconda, trafitta, ardeva come una torcia. I giornalisti parlavano tutti insieme, la telecamera tremava.

Poi vidi la prima torre piegarsi, lentamente, sotto l’enorme peso che reggeva. Un momento dopo collassò su sé stessa in un boato sordo che attraversò il pianeta. La nube di polvere si sollevò come un’onda e inghiottì tutto: palazzi, strade, persone... 

Rimasi lì, pietrificato. Le immagini continuavano a scorrere, frammentarie, confuse, come in un sogno.

E poi accadde di nuovo.
La seconda torre s'inclinò appena, dopo anche lei scomparve implodendo in un’enorme cascata di fumo e acciaio. Era come assistere due volte alla stessa tragedia, senza avere il tempo di respirare tra una e l’altra.

Rimasi fermo un po’, incapace di comprendere, con la cornetta che pendeva ormai nel vuoto. Dall’altro capo del filo sentivo ancora Francesco che diceva qualcosa, ma non riuscivo più a capirlo.
Solo dopo qualche minuto i frammenti della telefonata tornarono a comporre un senso. 

Mi aveva invitato a una rimpatriata della classe 1971, con i miei compagni di scuola. Dissi di sì e riattaccai, senza pensare minimamente di raccontargli quello che avevo appena visto accadere dall’altra parte del mondo.

Fu in quel momento che venni risucchiato in un vortice temporale e ricordai un episodio di quarant’anni prima.

Marco ed io eravamo compagni di scuola alle medie, entrambi nella stessa sezione di seconda.

Era un ragazzo con cui non avevo mai litigato; anzi, era uno dei più pacifici, come me. Ero piuttosto taciturno, anche lui non parlava molto, ma durante la merenda a volte si lasciava andare e gli piaceva fare un po’ di baccano.

Ricordo un episodio.

Era appena terminata l’ora di inglese e c’era la ricreazione. Tutti erano fuori nel corridoio. Per qualche motivo rientrai e tornai al mio banco. Non amavo molto quel chiasso nei corridoi, ero un tipo solitario. Avevo due o tre amici, non di più, con cui scambiavo qualche parola.

Quella volta non c’era nessuno o almeno era ciò che credevo. Beccai Marco mentre stava prendendo un panino dalla cartella di qualcuno. Ricordo che mi lasciai andare a una battuta infelice, uscita che ancora oggi, a distanza di quarant’anni, mi è rimasta impressa. 

Esclamai: “A burglar!”

Era un vocabolo che ci era appena stato insegnato dalla nostra professoressa di inglese, con relativo significato: “ladro”. Lo gridai in assoluta ingenuità, non volevo prendermela con nessuno, tantomeno con lui. Ripetei solo ciò che ci era stato appena detto.

Se la prese molto, ma quasi subito finse di dimenticarsene, anche perché in quel momento eravamo soli. Ero l’unico testimone e questo ci legò in una sorta di coappartenenza: io sapevo il suo segreto e lui probabilmente temeva che potessi raccontarlo a qualcuno, ma non lo avrei mai fatto.

Tuttavia questo fatto interruppe quel già effimero rapporto che avevamo. Da quel momento cominciò a guardarmi sospettoso, come se potessi da un istante all’altro rivelare il suo segreto davanti a tutti. Lui non aveva nulla di simile contro di me e così si era creato uno sbilanciamento tutto a mio favore, di cui però non sapevo che farmene. Era come avere una macchina da cento cavalli e usarne solo il venti per cento. Era come se Pac-Man avesse accumulato troppa energia che restava inutilizzata. 

Mi sentivo un po’ così, pieno di un potere inutile.

Tornando a Marco, in quel momento si creò una rottura insanabile. Non eravamo grandi amici neanche prima, eravamo piuttosto indifferenti l’uno all’altro, ma la cosa strana fu che mi resi conto che quella frattura era definitiva. Forse proprio per questo ci rimasi male: il fatto che non potessimo diventare amici fino in fondo, a causa di quel segreto tra noi. Non glielo dissi mai: “Guarda che non lo dirò a nessuno." Dal canto suo non mi chiese più nulla. Andammo avanti fino alla fine dell’anno, senza mai nominare quell’episodio. Tutto scivolò nell’indifferenza e nell’oblio.

Forse, a distanza di tanto tempo, se lo ricorda ancora come me. 

Non lo rividi più, nemmeno alla rimpatriata di classe anche se sperai fino all’ultimo che venisse, ma niente.

Passarono altri mesi. 

Una sera rientrando a casa, decisi di fermarmi in un bar, quello sulla piazza principale del paese, per bere un caffè. Era quasi vuoto, illuminato da una luce gialla e malinconica.
 

 

 

 

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