Pochi minuti dopo apparve, nella sua veste bianca di vergine, la principessa. La sua carnagione era delicata come l’avorio. Lo sguardo che lei posava sul padre e sui sacerdoti era dolce, umido, sembrava non rendersi conto di cosa stava par affrontare: il coltello sacrificale del gran sacerdote sull’altare di marmo al centro del prato.  Camminava a testa china con i lunghi capelli che le coprivano in parte il candido viso. Ai lati della strada ali di folla ancora eccitata dalle eccessive libagioni e dalla paura, inneggiavano alla Dea affinché accettasse il sacrificio della vergine. C’era nell’aria una tensione e un’eccitazione che rendevano il momento drammatico. La giovane era quasi arrivata ai piedi dell’altare di marmo e si fermò, solo un attimo, per alzare la testa e dare un’occhiata in giro. Con lo sguardo cercava la figura del padre, voleva vederlo per un'ultima volta. I loro sguardi s’incrociarono e fu un silenzioso atto di amore reciproco. La ragazza, dopo un sospiro di rassegnazione, abbassò il capo e prese a salire gli scalini per arrivare al centro della piccola piramide, dove c’era un enorme ceppo di legno e, accanto, il sacerdote vestito con i paramenti delle grandi occasioni. Una tunica bianca e rossa finemente ricamata e adorna di ricchi disegni dorati. Era là in piedi che aspettava, a poca distanza su un tripode di bronzo c’era un piatto d’oro che conteneva il coltello di ossidiana che doveva servire per il sacrificio. 

La povera principessa stava salendo gli ultimi gradini, quando ecco che l'aria cambia, arriva improvviso un refolo di vento in senso contrario,  ma nessuno ci fa caso. Questo venticello si presentò come una piccola nuvoletta bianca e opaca, un turbine che girava intorno alla figura della fanciulla, in un attimo l’avvolse interamente e, la ragazza subito scomparve alla vista dei presenti. La nuvola roteando su sé stessa si allontanò dirigendosi verso lo spazio aperto poi piegò a sinistra per entrare nel palazzo reale. Il popolo rimasto attonito e sorpreso per quel fatto inspiegabile, si riprese e in preda a una strana isteria, si mise a urlare e a inveire contro gli Dei, convinti che solo loro potessero essere gli artefici di quel prodigio. Erano le stesse persone che poco prima volevano, a tutti i costi, la morte della ragazza per salvare i loro raccolti. In massa si misero in marcia verso il palazzo reale, esaltati, ancora convinti che quella ragazza doveva morire per forza, la tradizione era quella e doveva essere portata a termine. La folla vociante arrivò alle porte del palazzo e urlava agli occupanti di consegnare loro la vergine, il rito non doveva essere interrotto, pena gravi conseguenze per tutto il popolo. 

Nel mezzo di questa confusione, sui torrioni del castello, apparve la nube bianca che aveva rapito la ragazza. Girava vorticosamente e dal suo girare, uscivano delle scintille dorate che brillavano alla luce delle torce. Poi, lentamente rallentò il suo vortice fino a fermarsi del tutto e dalla cortina lattiginosa apparve in tutta la sua maestosa bellezza e splendore la Dea Demetra. Era alta una spanna più di tutti i presenti e dominava imponente sul torrione. A quella vista il popolo s'inginocchiò impaurito, mai avevano visto la loro Dea in tutta la sua magnificenza. I loro cuori tremavano dalla paura e dall’emozione, sapevano che da quell’evento sarebbe scaturito qualcosa di terribile. Capirono che quella loro insana voglia di uccidere era sbagliata e ora tremavano atterriti dalle conseguenze. Se era apparsa la Dea voleva dire che il momento era grave. Quando gli animi si furono un po' placati e il tumulto si ridusse solo a un silenzio irreale, Demetra parlò.

«Uomini! Oggi voi siete stati partecipi di un evento al quale non dovevate assistere, la mia presenza tra di voi. Come sempre eravate pronti a sacrificare uno di voi per ingraziarvi la mia benevolenza. Avete sempre fatto così e siete ancora convinti che fosse la cosa giusta, di questo sono io responsabile; ho sempre accettato i vostri sacrifici e non ho mai fatto nulla per impedirlo. Oggi, alla fine, mi sono resa conto che quest'usanza è, non solo sbagliata, ma del tutto inutile e non serve a niente. Io sono responsabile della vostra sorte, il vostro destino è nelle mie mani e, come madre, ho il dovere di salvaguardare la vita di tutti voi, senza bisogno di sacrifici. Non posso permettere uccisioni inutili, non sarei una buona madre se continuassi a permettere tali barbarie. Mia figlia Persefone ormai è legata dal suo giuramento al Dio degli inferi e, anche se io soffro per la sua mancanza, non posso venire meno al mio impegno con voi. Da oggi in poi vi proibisco di compiere ogni sorta di sacrificio in mio nome. Non saranno necessari. Io conosco le vostre preoccupazioni e le vostre necessità, vi aiuterò come ho sempre fatto. Soltanto vi chiedo: imparate a sopravvivere da soli nel periodo in cui mia figlia non sarà con voi sulla terra. Dovete aiutarvi fra voi, condividere le risorse e imparare, piano piano, a fare a meno dell’aiuto degli Dei. Dovrete essere voi artefici del vostro destino, inutile affidarsi ad altri quando le cose vanno male, unitevi, scambiatevi il sapere, diffondete le conoscenze e vedrete che stando uniti non ci saranno avversità che non sarete in grado di superare. Noi Dei esistiamo solo nella vostra mente e forse nei vostri cuori, ma la cosa finisce lì, siete voi stessi degli Dei che sanno come affrontare il futuro.»

La Dea parlava e gli umani sotto le mura, guardando in alto, s’interrogavano sul signi­ficato di quel discorso, cosa stava dicendo? Che in futuro lei non li avrebbe più aiutati? Gli animi più semplici s’intimorirono alla prospettiva di non avere più il favore degli Dei. Erano sgomenti, non riuscivano a immaginare la loro vita senza la presenza degli Dei. Altri, invece, interpretarono giustamente le parole della Dea e, anche se preoccupati per il futuro, si fecero forza e con animo libero sorrisero. Era l’inizio di una nuova vita.

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