Luca pensò di stare ancora sognando. 

Un uovo era lì, perfetto, con un guscio bianco e lucido, appoggiato accanto a lui sul lenzuolo. Non aveva mai visto un uovo di quelle dimensioni: era alto almeno trenta centimetri. Subito si chiese come quell’uovo fosse finito nel suo letto, poi pensò a uno scherzo, ma scartò subito quell’ipotesi perché viveva solo.  

Si sedette sul letto, fissandolo, e una domanda assurda gli attraversò la mente:
«L’ho fatto io?» Ma appena gli venne da ridere. 

Che cosa era diventato? Una gallina che di notte deponeva uova?

Provò a ricordare il sogno.

Gli tornò alla mente una luce che descriveva un movimento ellittico e poi un battito di ali, un frullio improvviso. E per tutta la durata del sogno come una sensazione che qualcosa dentro cercasse di farsi spazio e crescere. Ora, da sveglio, quella sensazione persisteva: si sentiva leggero, ma anche pieno di una strana e inspiegabile energia.

Toccò l’uovo: era tiepido. E quando lo avvicinò all’orecchio, giurò di sentire qualcosa, un timido tic-tic come se qualcosa all’interno stesse provando a uscire. Un brivido gli corse lungo la schiena, non sapeva se dovesse romperlo o proteggerlo. 

“Sono diventato una chioccia?” E gli venne da ridere di nuovo.

Alla fine, lo mise in una ciotola sul pavimento e si sedette davanti a lui, aspettando, chiedendosi quando e cosa sarebbe successo, e se si fosse mai schiuso. Decise di non dire niente a nessuno. Continuò con la solita routine quotidiana, fatta di lavoro e casa, casa e lavoro e nient’altro.

Nei giorni successivi cominciò a provare per quell’uovo una specie di attaccamento, un sentimento difficile da definire: come se fosse il suo tesoro. Giustificava questo suo atteggiamento pensando che, seppur ne ignorasse la provenienza, era comparso a casa sua e in un certo senso era suo di diritto.

Se era al lavoro non vedeva l’ora di tornare a casa per guardarlo.
«Luca, cosa fai questo fine settimana?» Gli chiese Marco, operaio come lui alla catena di montaggio della fabbrica.

«Oh, niente. Mi riposerò e guarderò un sacco di film… non mi va di uscire in questo periodo.»

«Sei sempre il solito orso, eh?»

Quando rientrò, guardò il suo uovo e gli venne un’idea: lo tolse dalla ciotola e gli preparò un giaciglio, fatto con un po’ di paglia comprata in un negozio di animali. Costruì anche un sostegno in legno: tre assi tagliate e inchiodate in modo che l’uovo vi si appoggiasse, restasse verticale e che non corresse il rischio di rompersi.

Il senso di accudimento che provava cresceva di giorno in giorno e Luca si sentiva materno: andava lì e lo accarezzava come se fosse una creatura e non una cosa inanimata come in effetti era. Aumentava la sua autostima, come se l’atto stesso di prendersene cura lo rendesse più forte, più sicuro di sé.

Qualche giorno dopo fece un altro sogno: gli apparve una strega. Gli diceva che l’uovo gli avrebbe portato fortuna.
Quando si svegliò era una giornata era piena di sol, si dimenticò dell’uovo e per poco scendendo dal letto, non lo urtò. Chissà perché provò un senso di repulsione: tutto gli sembrava assurdo.
«Sto impazzendo, ma che cavolo ci faccio con quest’uovo? » Gridò nella stanza. 

«Devo assolutamente riprendere la mia vita, uscire da questa bolla che mi sono costruito con 'sta cosa» pensò.

Doveva sbarazzarsene e lo portò in un bosco lì vicino. Voleva solo non vederlo più. 

Nel bosco incontrò un vecchio che stava trasportando delle fascine e che appena lo vide domandò:
«Ehi cosa stai facendo?»

«Cosa gliene importa?» Rispose Luca, cercando di nascondere l’uovo.
«A me nulla. Sappi però che la strega del sogno aveva ragione: quell’uovo di cui cerchi di disfarti sarà importante nella tua vita. Ma lo capirai dopo. Ti consiglio di tenerlo.»

«Si faccia i fatti suoi!» Disse Luca, continuando per la sua strada nel bosco con l’uovo.

Arrivò a una grotta, appoggiò l’uovo in un angolo e se ne andò. 

Mentre tornava a casa ripensò alle parole del vecchio e a come potesse sapere del sogno: era una coincidenza troppo strana per essere insignificante! Doveva meditarci sopra. Così tornò sui suoi passi, si riprese l’uovo e lo riportò a casa, rimettendolo sul giaciglio.

Rientrò che era già sera, non aveva fame, così si mise sotto le coperte: si stava bene sotto la trapunta che gli aveva regalato sua madre a Natale. Poi gli venne sete, scese, si accorse che il pavimento era gelato, prese l’uovo e si rimise a letto.

Dopo un po' sprofondò nel sonno.

Quella notte sognò un grande cuore che batteva, pulsava senza sosta, come un maglio che ripetutamente si alzava ed abbassava freneticamente nella sua breve corsa. 

 

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