Quando si svegliò, depose l’uovo nel giaciglio e andò a lavorare. Rientrato trovò l’uovo ridotto in tanti frammenti. Osservò che non vi erano tracce di liquido né sul giaciglio né sul pavimento. C’erano però alcune piume a terra che Luca seguì fino alla finestra aperta. Fuori, nel giardino, vide delle impronte, che partivano da sotto casa e proseguivano in direzione del bosco.

Le seguì guidato da una curiosità febbrile e da un vago senso di colpa, come se avesse abbandonato un figlio. Le tracce sul terreno erano strane: sembravano tre punte allungate, come dita sottili terminate da artigli e, accanto a esse, comparivano piccoli segni circolari come fossero ventose.

Arrivò a una radura. Lì, il silenzio era assoluto. Persino il fruscio delle foglie era muto. 

Poi, tra due tronchi, la vide.
Una creatura era rannicchiata su sé stessa, come se il mondo le pesasse addosso. Il suo corpo era coperto da una pelle iridescente che mutava a seconda della luce, dal verde smeraldo al blu profondo, con riflessi dorati che sembravano pulsare di vita propria. Aveva occhi enormi, neri, lucidi come vetro bagnato e quando li aprì Luca ebbe un sussulto: in quello sguardo c’era tanta paura, ma anche fiducia, sapeva che non le avrebbe fatto del male.

Lo guardò inclinando la testa come un bambino curioso. Poi emise un suono: una specie di trillo dolce, breve, musicale. 

Luca si accovacciò lentamente cercando di non spaventarla.

«Ehi… tranquilla. Non ti farò niente.»

La creatura si mosse in avanti con passo incerto. Aveva le zampe simili a quelle di un gatto, ma terminanti in piedi palmati, come fosse fatta per muoversi anche nell’acqua. Quando fu abbastanza vicina, gli toccò la mano con una delle sue dita sottili. In quel momento, Luca capì: quella “cosa” sapeva chi era!
Forse, in qualche modo, era nata da lui ed era per questo che lo accoglieva come un amico.

La osservò meglio. Sotto la pelle qualcosa si muoveva: piccoli bagliori, come stelle che si accendevano e spegnevano al ritmo del respiro. Sulla fronte un segno, una spirale luminosa, la stessa che aveva visto nel sogno quando la strega gli aveva parlato.

La portò a casa avvolta nella sua giacca come fosse un neonato. Non opponeva resistenza, anzi, si fidava. Durante il tragitto non smise di guardarlo con quegli occhi neri, profondi come pozzi, nei quali s'intravedeva qualcosa di inspiegabile: un’intelligenza superiore e una tenerezza disarmante.

La sistemò in camera, accese la lampada e le parlò sottovoce.
«Ti serve qualcosa? Hai fame?» 

La creatura inclinò la testa, poi fece un piccolo verso, come un suono di flauto. Si avvicinò al tavolo, toccò una mela, la annusò e le diede un morso minuscolo.
Luca sorrise.

«Quindi mangi la frutta eh?»

Nei giorni successivi si creò una routine: Luca andava al lavoro e lei rimaneva in casa. La trovava sempre intenta a osservare le cose: lo specchio, le fotografie, la pioggia alla finestra… Sembrava capisse tutto, senza bisogno di parlare.

Quando tornava, gli correva incontro, emettendo quel trillo gioioso che ormai era diventato la sua musica preferita.

La chiamò Lyra.

Una sera, seduti sul pavimento, le disse:
«Sai, non ho mai avuto nessuno con cui parlare davvero. Gli altri… Beh non capiscono, dicono che sono uno strano.» 

Lei si avvicinò e posò la testa sul suo braccio. 

Passarono settimane. La casa non era più silenziosa e per la prima volta Luca si sentiva vivo. A volte pensava che l’uovo non fosse un dono, ma una prova: un modo perché imparasse ad amare davvero.

Un pomeriggio però trovò la casa vuota: niente Lyra! Sul pavimento, solo alcune scaglie iridescenti.

Uscì di corsa chiamandola a gran voce. Nessuna risposta. 

Poi, al bar del paese, sentì due ragazzini:

«Hai visto quella cosa nel bosco? Era un mostro!»
«Sì l’abbiamo presa a sassate ma è scappata! Che paura!»

Il sangue gli si gelò nelle vene. Tornò a casa, prese una torcia e corse nel bosco. Il cielo stava diventando viola e il vento fischiava tra gli alberi.
«Lyra!» Urlò.

Un fruscio, poi un lamento sottile. Seguì il suono, inciampando tra rami e radici.
La trovò ai piedi di una quercia. Le ali erano strappate, la pelle macchiata di sangue scuro. Si inginocchiò accanto a lei tremando.
«Lyra… no, no, no…»

Lei sollevò appena la testa, aveva gli occhi ormai opachi.

«Perché? Perché sei uscita di casa? Ti avevo detto di restare al sicuro!»
Le sue lacrime cadevano sul volto della creatura.

«Ti porto a casa, ok? Ti curerò, tutto andrà bene.»

Lyra scosse piano la testa e gli mise qualcosa nel palmo: una piccola pietra liscia.
Luca provò a dire qualcosa, ma la voce gli morì in gola. Lyra fece un ultimo respiro profondo e morì.

Rimase a lungo immobile, con lei tra le braccia. Il bosco era di nuovo silenzioso, ma diverso da prima. 

Da allora, porta sempre con sé quella pietra. Ogni volta che il mondo gli sembra ostile o che sente gli sguardi degli altri pesargli addosso, la stringe forte e smette di aver paura.

 

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