“Allora vieni?”, mi chiese Luca qualche giorno prima.

“Mah, non lo so… vedrò come sono messo sabato”, gli avevo risposto quando mi aveva telefonato.

Il giorno prima mi aveva chiesto di andare con lui al Festival della Microeditoria di Chiari, in provincia di Brescia. Non sapevo se sarei andato, perché stavo scrivendo dei racconti: ero come dentro una bolla creativa. E quando sono in quella situazione, faccio fatica a uscirne — scrivevo, cancellavo, riscrivevo… ma alla fine scartavo tutto.

Poi sabato mi ritelefonò. 

“Allora, cosa fai?”

“Va bene… ma ti avverto che dovrai finanziarmi… dovrai offrirmi un panino”, scherzai ma non più di tanto: ero disoccupato in quel periodo.

“Cosa? No, no, al massimo un caffè!”

“Sì, e cosa ci faccio con un caffè?”

Sapevo di averlo messo in imbarazzo con quella richiesta.

“Ho un’idea… ti vengo a prendere tra mezz’ora.”

Non ero mai stato a Chiari, e l’idea di andare in un posto nuovo — per di più a un festival di editoria — mi solleticava. Magari avrei trovato un editore per i miei racconti, pensai. E poi volevo conoscere il paesaggio e i paesi della provincia bresciana. Inoltre, mi accorsi di aver ammucchiato un sacco di carta sul pavimento.

Partimmo. Sua moglie aveva preparato una pasta al sugo che pareva molto invitante, nel suo contenitore di plastica. Mentre eravamo in autostrada, verso l’una, decidemmo di fermarci a Montichiari. Appena parcheggiammo vidi subito il castello, svettante sulla piazza. Luca disse che sembrava un falso castello, cioè posticcio, risultato di un restauro che non aveva lasciato nulla delle pietre antiche. Era vero, però mi colpiva lo stesso.

E così lo convinsi ad andare a visitare almeno l’esterno del castello, anche perché, come scoprimmo subito, quel giorno era chiuso. Ci avviammo su per la strada e finalmente arrivammo vicino al portone delle mura di recinzione: ma da quella posizione si vedeva del castello solo una torre fra gli alberi.

“Sei soddisfatto ora che l’hai visto?”, mi chiese.

“Va benissimo, ora possiamo proseguire.”

Così riprendemmo il viaggio verso Chiari.

Villa Mazzotti era immersa all’interno di un parco. Sembrò comparire all’improvviso, enorme, bianca, con le finestre alte e simmetriche. Il viale conduceva fino alla enorme scalinata centrale dell’ingresso; a fianco c’erano altre costruzioni con le scuderie e le rimesse delle auto, non più in funzione. Il prato attorno alla villa era disseminato da grandi querce, magnolie e cespugli. La villa, vista da vicino, sembrava ancora più grande: un palazzo d’altri tempi, pieno di luce.

Entrammo. C’erano tantissimi espositori, e Luca mi chiese se mi interessasse qualche conferenza da vedere; così consultai il programma: c’era, proprio in quel momento, una conferenza sulle opere di Kafka, curata da uno scrittore di Udine, di cui avevo letto un romanzo, in passato. Così salimmo al primo piano, entrammo in una stanza gremita di gente, per cui dovemmo rimanere in piedi fino al termine.

L’oratore si capiva solo a tratti: pareva mangiarsi le parole, non scandiva bene, ma tutto l’uditorio sembrava calamitato dal suo discorso. Faceva molto caldo, e dissi:
“Potremmo uscire…”

“Ma non ti interessa Kafka?”, chiese Luca.

“Sì, ma non così. E poi c’è troppo caldo.”

Non rimasi molto soddisfatto della conferenza — anche perché avevamo sentito solo gli ultimi dieci minuti. Guardai Luca, a cui Kafka non era mai piaciuto e che ora mi fissava come per dire: “Hai visto? Avevo ragione io.”

Notai che mi guardava con un certo sorriso ironico, come a voler dire: “Conferenze su autori così… è normale che siano noiose.”

Non raccolsi la sfida e lasciai perdere.

Uscimmo e cominciammo a scandagliare i banchetti, numerosi lungo la balaustra del salone, che girava tutto attorno al primo piano, sotto l’immenso lucernario a vetri, un sublime esempio di Liberty. Stavo per fare un’osservazione sullo stile Liberty, ma mi astenni: sapevo benissimo quanto quello stile non fosse mai piaciuto a Luca, insieme ai castelli “falsi”, come li definiva, e a Kafka.

Poi si fermò a guardare un libro su un banchetto: era un fumetto per bambini, con sulla copertina una simpatica lucertola, protagonista di un viaggio nello spazio. Raccontava di un esperimento dell’ESA. Stava per dirmi che certamente quel libro mi sarebbe molto piaciuto, perché era un fumetto quando lui invece disprezzava il genere, quando fu letteralmente travolto dall’abbraccio di una ragazza che era l’editrice del libretto per bambini.

“Luca! Ma sei tu!”

Era Micol. Una chioma di rame che pareva accendersi alla luce che filtrava dal lucernario, due occhi verdi dietro un paio di occhiali sottili, e un sorriso ancora più bello. Ma più di tutto era il modo in cui lo stringeva a sé, come se non fossero passati venticinque anni dall’ultima volta che si erano visti.
Io restai un passo indietro, quasi imbarazzato da quella scena. Luca, invece, era rimasto rigido, sorpreso, la bocca appena socchiusa. Poi, piano piano, le braccia gli si sciolsero e ricambiarono l’abbraccio.

“Micol… ma sei proprio tu?” disse infine, ancora mezzo incredulo.

“Non ci posso credere! Venticinque anni, Luca! Venticinque!”

Si erano conosciuti ai tempi dell’università, in uno studentato rumoroso e fumoso dove la notte si discuteva di libri, di politica, di sogni, e dove Micol era quella più vitale di tutti, come mi raccontò. Io mi spostai un poco di lato, fingendo di osservare i fumetti sul tavolo, mentre loro restavano così, stretti l’uno all’altra.

 

 

 

 

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