Quando si voltò verso di me, Luca aveva addosso un’aria strana. Gli occhi gli brillavano di una luce nuova, come se quell’incontro improvviso avesse risvegliato qualcosa.

“Questa è Micol, ci siamo conosciuti ai tempi dell’università”, annunciò.

“Piacere”, dissi.

Le parlai dei miei racconti e le mostrai una copia, che lei sfogliò con una veloce occhiata.
“Bene, io continuo a guardare gli altri espositori.”

“Ti raggiungo tra un attimo”, disse Luca, e vidi che ricominciò a parlare con Micol.

Mentre mi spostavo, guardai Luca e vidi che aveva ancora quella luce negli occhi: si era come rianimato. Micol era veramente carina, ma Luca non l’avevo mai visto così. Prese in mano proprio quel fumetto per bambini che poco prima aveva liquidato con disprezzo e, con voce quasi solenne, lo sentii dire:

“Vedi, questo… questo è il linguaggio perfetto per raccontare le storie... il fumetto! La sintesi, il colore, l’immediatezza… altro che narrativa tradizionale!” Lo guardai senza dire nulla, cercando di trattenere un sorriso.

Feci tutto il giro degli espositori del primo piano e, quando arrivai al banco di Micol, Luca era ancora lì.

“Mi avevi detto che volevi vedere gli espositori”, azzardai.

“Sì, ora vengo.”

“Guarda, ci sono delle cose molto belle, sai, là più avanti”, gli nominai alcune case editrici, sperando di solleticarlo.

Poi dissi:

“Lo sai, Micol, per il viaggio la moglie di Luca ci ha preparato una pasta al sugo che era la fine del mondo… come una vera razdora.” Percepii lo sguardo di Luca su di me.

“Va bene, andiamo… torno subito”, disse a Michol, e venne con me.

“Sei proprio scemo, eh? Ma dai, non fare lo stupito: hai tre figli a casa! Ma cosa ti viene in mente?”

E lo guardai io stavolta con un sorriso ironico.

Camminammo tra gli altri stand, ma vedevo che guardava sempre nella direzione di Micol e quando arrivammo a quello della casa editrice che aveva presentato Kafka, Luca si mise a lodare Kafka.

“Uno dei più grandi scrittori dell’umanità,” disse serio, “un genio che ha saputo dare forma all’assurdo dell’esistenza.” 

Lo guardai sbalordito, senza riuscire a dire nulla.

Luca continuava a guardare Micol, ferma al suo banchetto. Ogni tanto lei alzava lo sguardo e gli sorrideva, e allora lui la salutava.

Dopo un po’, con voce distratta ma piena di intenzione, mi disse:
“Ehi… potremmo tornare un attimo di là, no? Tanto, voglio dire, là c’erano anche altre case editrici interessanti…”, intanto indicava verso Micol.

“Luca,” gli risposi, “ci sono mille banchetti ancora da vedere. E poi non abbiamo tutto il giorno.”

“Eh, sì… certo, certo,” mormorò, ma con poca convinzione.

Si voltò ancora una volta verso il fondo del salone, dove Micol stava parlando con un visitatore e gesticolava con un suo modo tutto caratteristico.

Mentre ci muovevamo tra i corridoi affollati, sentivo come se una parte di lui fosse rimasta lì, davanti a quel banchetto, immersa nella luce che filtrava dal lucernario — insieme a Micol, alla sua chioma rossa e a tutto quello che avevano lasciato in sospeso venticinque anni prima.

Sembrava un cane legato alla catena che fiuta la preda e tira verso di essa con tutto il corpo, anche se sa che non può muoversi di un centimetro. Io provavo a distrarlo, indicavo libri, copertine, stand.
A quel punto capii che non c’era libro, copertina o edizione limitata che potesse competere con quella chioma rossa che brillava nella luce del lucernario.

«Ma si può sapere… così ti prende? Sei impazzito? Ti sei sposato, hai tre figli che ti aspettano a casa!» esclamai.

“Oh, mi rispondi?”, non sapevo se ridere o piangere.

Poi, dopo qualche secondo, disse:

“Adesso finalmente ho capito chi sono. Me lo ha fatto scoprire lei. Potrò essere finalmente l’uomo che sono…”

«C’entra Micol, per caso?» domandai piano.

«Sì, Micol… È la donna che ho sempre voluto, quella che ho sempre cercato!»

Quando il festival finì, la vidi uscire con un’amica di uno stand vicino. Luca si avvicinò a salutarla, ma lei lo guardò solo per un istante, senza salutarlo.

«Ciao…» disse Luca, la delusione visibile sul volto.

Io lo guardai e cercai di rincuorarlo:

«Dai, fai coraggio, Luca.»

Ma lui non disse nulla. Continuammo a camminare verso la macchina, in silenzio.

Ad un certo punto si fermò, indicando il giardino e la villa tra gli alberi:
«Non sono mai riuscito a capire come si possa costruire case con questo brutto stile… il Liberty…»

Sospirai, e mentre lo osservavo, pensai che fosse tornato il vecchio Luca di sempre.

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