Il bar era caldo, anche se gestito da cinesi – e quelli, si sa, risparmiano su tutto, a cominciare dal riscaldamento.
C’era persino l’alberello di plastica accanto all’immancabile gatto dorato che faceva “ciao, ciao” con la zampa.
Cogliati pensò ai Natali della sua infanzia. Per trovare qualcuno con la pelle gialla, o nera, dovevi guardare il presepe.
A proposito, neanche quest’anno aveva fatto il presepe. E neanche l’albero. Ma perché avrebbe dovuto? Senz’altro sarebbe stato fuori in missione...
Sì, come no. Facile che lo sbattessero al centralino perché sotto le feste si era sempre sotto organico. Se poi non avesse risolto il caso degli sbarbatori maledetti, i Debunker, il servizio di piantone non gliel’avrebbe levato nessuno. Il peggio era quando chiamavano quelli che volevano fare solo quattro chiacchiere. Era la polizia, quella, non il Telefono Amico.
«Ti piace l’albero?».
Cogliati si scosse. «Eh?» disse.
«Tu guardi l’albero. Ti piace l’albero?».
«No, guardavo...» indicò lo schermo televisivo accanto al gatto.
Il barista si girò. Sul sottopancia scorrevano le notizie di cronaca locale. Il branco di randagi aveva inseguito un autobus in periferia. L’autista aveva dovuto saltare la fermata e i passeggeri avevano dovuto scendere a quella successiva.
«Brutto affare» disse il barista. «Da noi queste cose non succedono».
“Eh già, voi ve li mangiate, i cani” fu lì lì per ribattere Cogliati, ma all’ultimo momento si trattenne.
«Allora non ti piace l’albero? L’abbiamo messo apposta per voi che credete in queste cose. Oppure preferisci... come si dice... presepio? Metteremo anche il presepio, domani».
Quando era troppo era troppo. «Ah sì? E voi in che cosa credete, invece, nel Grande Gatto di Plastica?».
Il barista strinse il pollice e l’indice della destra come per indicare qualcosa di minuscolo. «Piccole bugie. Se tu riesci a credere nelle piccole bugie, è più facile credere in quelle grandi. Cose come felicità, futuro...».
«E questo che cosa sarebbe, un proverbio cinese?» disse Cogliati alzandosi e mettendo i soldi sul tavolo. Raggiunta la porta, si accorse di non aver atteso il resto.

«Missione compiuta?» chiese il vigile.
Cogliati represse l’istinto di denunciarlo per vilipendio – tanto ormai l’avevano depenalizzato – e rispose con un mugugno.
«Niente tipi sospetti» lo incalzò l’altro, «ma è ancora presto. E poi magari stasera non succede niente. Troppa poca gente in giro,  specie se si mette a nevicare sul serio... A proposito, tu a che ora smonti? Ah, no, non me lo dire: sei in missione segreta».
«Senti, bello...».
«Ah, lascia perdere. Se non ci si dà una mano tra colleghi. A proposito...» il vigile mise in mano a Cogliati una banconota da cinque. «Ho venduto qualche renna di plastica».
Battè una mano sulla spalla del poliziotto e si allontanò fischiettando.
Cogliati lo osservò svanire tra la folla, augurandogli di incontrare la muta di randagi sulla strada di casa.
S’infagottò nel costume, stringendosi ancora di più nella barba finta, malgrado la puzza fosse sempre più forte.
Il nevischio si era fatto più fitto. Fuori dall’isola di calore del centro era senz’altro neve. Guardò l’orologio. Gli toccavano ancora due ore.
Sarebbe stato meglio andare a caccia del branco di randagi, almeno si sarebbe mosso.
O forse no.
Il Cogliati non amava i cani. È che aveva avuto una specie di trauma da piccolo, quando un grosso collie gli aveva messo le zampe sulle spalle, facendolo cadere. Certo, allora lui, il Cogliati, era debole e indifeso, ma dagli shock infantili non ci si liberava tanto facilmente, perciò...
Naturalmente ora, in caso di necessità, avrebbe saputo reagire.
Come dicevano i marines, adattarsi, improvvisare e raggiungere lo scopo.
Avrebbe reagito allo stesso modo se i Debunker, o come accidenti si chiamavano, avessero deciso di dargli noia.
Già, per questo il commissario aveva scelto lui.
Tanto per cominciare, avrebbe rifilato loro qualche pedata nel di dietro e poi,  e poi... In quel preciso momento avvertì uno strappo al mento, seguito da un soffio d’aria gelida e un istante dopo vide la sua barba finta sventolare nelle mani di un tizio con un passamontagna rosso e nero.
Contemporaneamente, udì il clic di uno smartphone che scattava una foto.
Sarebbe però rimasto immobile se non avesse udito lo scambio di battute tra i due: “Hai visto che roba?” – “La miglior faccia da pirla dell’anno”.
Rapido come lo scatto dello smartphone di poco prima, il Cogliati ebbe una fugace visione di se stesso relegato a vita nei più bui recessi dell’autoparco.
E scattò a propria volta.
Catapultatosi in mezzo alla folla vide che i due, senza dubbio seguendo una tecnica ben collaudata, si erano separati: Smartphone sulla sinistra, Passamontagna - con tanto di barba finta - sulla destra.
Senza riflettere, il Cogliati si lanciò dietro al secondo.
Passamontagna correva veloce, zigzagando tra la gente, e Cogliati l’avrebbe ben presto perso di vista se non  fosse stato per la barba che l’altro teneva ben in alto come se stesse giocando a ruba bandiera.
«Fermo, polizia!» urlò Cogliati.

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