Poi tornò al lavoro, ossessivo, lo straccio che scivolava sul pavimento con lena rinnovata.

Quando Vittorio era già sulle scale diretto al suo appartamento, sentì ancora le parole del portinaio, come un’eco lontana:

«Le norme… ma quelle non scritte, mi raccomando, solo quelle… sono tutto, qui dentro.»

Un giorno si decise a esplorare il condominio, perché non lo conosceva e magari poteva incontrare qualcun altro oltre alla signora Belletti e chiedere spiegazioni.

Appena varcata la soglia del primo piano, Vittorio si accorse che il palazzo era ancora meno familiare di quanto aveva supposto. Le finestre dei corridoi mostravano scorci che non aveva neppure immaginato: un giardino interno con un piccolo prato verde, un terrazzo illuminato da luci come un piccolo palco, ma la cui funzione gli sfuggiva. Era come se l’edificio fosse diventato una specie di labirinto, costruito per sfidare chiunque osasse esplorarlo.

Guidato dall’istinto, Vittorio salì piano dopo piano. Più saliva, più il palazzo sembrava diventare più grande.

All’ultimo piano, Vittorio trovò una porta diversa dalle altre. Era chiusa da un lucchetto massiccio. Pensò in quel momento — chissà perché — di impersonare un novello Teseo che aveva appena percorso il labirinto di Cnosso, e che dietro a quella porta dimorasse il mostro del Minotauro.

Quando tornò al suo appartamento vide un foglio di carta appeso dello scotch all’uscio di casa: 

«La direzione del condominio annuncia che domani alle 15,00 si terrà al piano terra la riunione condominiale annua. Si prega di essere puntuali.»

La riunione annuale del condominio Coccapani si teneva in una stanza al pianoterra: un vecchio locale di servizio trasformato in sala assemblee. Vittorio arrivò puntuale, come sempre. Gli altri erano già tutti seduti, come se lo aspettassero.

La signora Belletti era in prima fila, busto immobile, mani intrecciate sul grembo. Il portinaio era appoggiato allo stipite della porta, lo sguardo basso, come se avesse paura di incrociare quello dei presenti.

«Bene, possiamo cominciare?» chiese l’amministratore, un uomo dalla voce piattamente burocratica.

«Io avrei due punti urgenti di cui parlare,» disse Vittorio, sollevando la mano.

Nessuno si voltò. Nessuno fece cenno di averlo sentito.

L’amministratore si aggiustò gli occhiali.

«Il primo punto all’ordine del giorno riguarda le norme di silenzio notturno. Come già ricordato nelle ultime tre comunicazioni… riguardo al divieto delle porte sbattute…»

«Ecco!» sbottò Vittorio. «Proprio di questo volevo parlare. Sono regole assurde! “Niente porte che sbattono dopo le 21:30, niente spostamenti di oggetti dopo le 23”… ma vi rendete conto? Sembra di vivere in una caserma.»

Il portinaio sollevò lo sguardo, rapido, come se la parola “caserma” fosse un’offesa personale.

«Signor Coletti,» intervenne fredda la Belletti, «qui nessuno trova assurde le norme. Sono necessarie. L’armonia dell’edificio va preservata.»

«L’armonia dell’edificio?» ripeté lui, incredulo. «Parlate dell’edificio come se fosse una persona!»

L’amministratore sfogliò alcune pagine.

«Ci sono state diverse segnalazioni di rumori provenienti dal suo appartamento, negli ultimi mesi. Rumori oltre l’orario consentito.»

«Io?! Ma se vado a dormire alle dieci! E poi, vi rendete conto che fate queste segnalazioni senza indicare mai chi le fa? Sempre: “l’inquilino del piano tale”, “un residente ha notato”… È tutto così vago, così… impersonale!»

«Perché non conta chi segnala,» disse la Belletti, inclinando appena la testa. «Conta il rispetto delle norme.»

«Norme che decidete voi, immagino.»

Un altro mormorio. Più cupo, più profondo.

 

 

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