Erano giorni che fervevano i preparativi.  

Tutti o quasi, sembrava fossero alle prese con acquisti spasmodici come se non ci fosse un domani. 

Strade affollate, bancarelle prese d'assalto per non perdersi l'occasione migliore, buste stracolme di alimenti e chissà quanti di questi sarebbero finiti nei cassonetti gettati da qualcuno che incurante della fame del prossimo, non avrebbe pensato a farne altro.

Me ne stavo su quella panchina ad osservare disincantato quella realtà della quale non facevo parte, come avrei potuto data la mia condizione? Mi sentivo un estraneo e nessuno cercava di evitarmi quella sensazione anzi, non faceva altro che alimentarla con l’indifferenza, facendomi sentire sempre più un derelitto. Riflettevo continuamente su quanto non avesse senso doversi scambiare regali solo perché costretti dalle circostanze. In tanti il giorno di Natale avrebbero avuto commensali dei quali avrebbero fatto volentieri a meno e, come non bastasse, si sarebbero scambiati “amorevolmente” gli auguri.

Quanta falsità, quanta ipocrisia. Di certo non correvo questo rischio. Come tutti gli altri giorni non avrei avuto di che nutrirmi, nessuno si sarebbe seduto alla mia tavola per condividere la fame. Comunque non avevo bisogno di cibo, quanto di qualcuno che mi ascoltasse, avevo migliaia di pensieri da esternare, quelli sì che non mi mancavano, non sarei stato affatto parsimonioso ad offrirli al primo che avesse voluto regalarmi un attimo del suo prezioso tempo, mi rendevo conto che per tanti, il tempo è danaro e non va  sprecato figuriamoci regalato. 

Il freddo incalzante ricominciava a farsi sentire, i denti avevano ripreso a battere, ormai una consuetudine, le temperature diventavano sempre più rigide, dovevo darmi da fare e procurarmi altri cartoni, quelli che avevo erano così inumiditi e andavano buttati. Non potevo rischiare di restarne senza. L'ideale sarebbe stato avere una bella coperta magari matrimoniale in modo da piegarla più volte e renderla più pesante e perché no, anche un cuscino. Eh no! Ora stavo fantasticando troppo. E pensare che fine a qualche anno prima avevo un comodo letto in cui dormire, una casa, una moglie…  Una vita agiata la mia, prima che perdessi il lavoro. In un lampo tutto era cambiato. In un solo anno avevo perso tutto e mi ero ritrovato per strada, pieno di debiti senza casa e con una moglie che aveva chiesto la separazione e andandosene si era portata  via Pretty, la mia gattina. Da allora non mi sono più ripreso. Ho provato a fare tante cose, quanto mi davano non bastava neanche per un tozzo di pane, il mio aspetto sempre più trasandato di certo non era un buon biglietto da visita, mi allontanavano senza neanche farmi aprire bocca, magari avrei potuto dire qualcosa di interessante. Ho fatto tanti lavoretti, ma quello che guadagnavo non bastava nemmeno per mangiare, figuriamoci per affittare un alloggio. Così la strada è diventata la mia casa,  portici e androni i miei ripari notturni, quando non erano occupati da  altri che, come me, erano diventati invisibili agli occhi di chi non voleva vedere. Solo il nostro lezzo attirava lo sguardo disgustato dei passanti che turandosi il naso e bisbigliando procedevano veloci andando oltre. Non suscitavamo alcun interesse nel prossimo, perché avremmo dovuto, il disagio andava vissuto per comprenderlo. Nei giorni di festa poi  tutti erano distratti da ben altro: ancora due, ancora cinque, ancora tre regali da fare. Col passare delle ore le strade andavano svuotandosi e il buio della notte prendendo forma. Le stelle intraviste tra le nuvole rendevano le notti magiche, ma non le nostre, forse quelle degli innamorati.

Il rombo del tuono che seguì il lampo mi svegliò bruscamente. I vetri della finestra che dava sul cortile ancora vibravano, in lontananza tra due pini argentati faceva bella mostra di sé il mio ultimo acquisto: un Audi rossa fiammante. Pretty spaventata sgattaiolava via. Dall'uscio socchiuso arrivava la voce di Emma, mia moglie, che parlava al telefono con la madre: mia suocera avrebbe trascorso il Natale con noi insieme ad altri suoi familiari, tutti insopportabili. Grazie a loro l’indigestione era assicurata, come d'altronde da quattro anni a questa parte.

Mi guardai intorno e mi bastò poco per capire che avevo avuto un incubo, eppure sembrava tutto così reale mi sembrava addirittura di sentire quel lezzo: l'odore della povertà. 

Che schifo!
Era proprio il caso di farmi una doccia.

 

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