Era tenace e, a tratti, disperavo di farcela. Ero quasi certo, anzi, che non ce l’avrei fatta, fossero passati anche mille anni. Era una battaglia quotidiana per la sopravvivenza, che forse impegna l’umanità da quando si è fatta consapevole di sé stessa nella catena dell’evoluzione: l’eterna lotta dell’uomo con la Natura. Era testarda, “la bastarda”, abbarbicata com’era alle sue certezze.

Di primo mattino si presentava, in genere, più arrendevole e si plasmava sotto la mia volontà nelle forme che ritenevo più adeguate e opportune. La mia malattia ha un nome scientifico ben preciso nella tassonomia delle patologie. Lo facevo quando lo stress in ufficio mi prendeva troppo e non sapevo più che pesci pigliare. Questo sia detto a mia discolpa. Talvolta la mia fantasia e immaginazione la plasmavano in innumerevoli forme e misure, che la mia volontà giocosa decideva al momento.

Era difficile smuoverla dai propri convincimenti; farla uscire dalla propria casa mi riusciva sempre più faticoso. Quella casa era il mio corpo. Le certezze granitiche cui si aggrappava, come un albero con le sue mille radici a un terreno scosceso di montagna quando sta per arrivare una frana che spazzerà via tutto.

Mi trovavo nella sala riunioni ed era in corso un’importante assemblea aziendale, con dirigenti della mia e di un’altra grossa azienda alla quale stavamo proponendo una fusione da milioni di euro. Non riuscivo a togliermela di torno e, a un certo punto, dovetti uscire dalla stanza.

«Scusate, esco e torno subito!»

Uscii. Dovevo uscire: non mi andava di fare quella cosa davanti a tutti, ma al tempo stesso dovevo liberarmene; non riuscivo più a respirare, infatti. La maledetta si era abbarbicata al mio naso con i suoi mille tentacoli scivolosi e carichi di materia, tali da ostruirmi le vie respiratorie.

Entrai nel bagno. Mi misi davanti allo specchio e mi diedi a un’attenta osservazione della cosa. Girai la testa in modo che le fosse nasali fossero ben visibili dal basso verso l’alto, in tutti i loro più reconditi meandri, e mi apprestai alla delicata operazione.

Provai prima a infilare la punta di un dito; molto delicatamente tentai di divaricare le narici. E finalmente la vidi in tutta la sua mole. Era un’immensa. La tastai, pinzandone la superficie irregolare, dalla forma vagamente simile a una stella con molteplici punte.

Provai piano piano, pinzandola con pollice e indice, a farla fuoriuscire dalle cavità nasali. Ma ogni mio sforzo in tal senso mi provocava solo frustrazione: pareva impiantata lì stabilmente come una sequoia. Mi spazientii; dovevo tornare alla riunione al più presto.

Per un attimo riuscii ad afferrare un estremo di quella cosa e tirai delicatamente, ma con determinazione. Vidi le stelle e quasi persi conoscenza. Allora decisi di agire in modo ancora più delicato.

Decisi di servirmi della punta di una matita che portavo sempre con me nel taschino della giacca. Tenendo la matita come un chirurgo il bisturi e, sempre con la testa rivolta dal basso verso l’alto davanti allo specchio, introdussi la punta e cercai di agire sulle punte della bastarda; speravo così di disancorarla in qualche modo dalle pareti del naso. Ma anche in quel caso, non appena mi diedi all’opera, un dolore lancinante mi trapassò dalla narice come una saetta fino al cervello. Provai un dolore così forte da togliermi ogni energia e ogni iniziativa.

Mi venne un’altra idea: presi un ago — anch’esso lo avevo in uno scomparto della giacca. Presi l’accendino e lo scaldai a fiamma viva, attendendo che si scaldasse senza diventare incandescente. Speravo, in tal modo, di sciogliere la bastarda a poco a poco, così da riuscire a scrostarla e ridurla fino a poterla finalmente estrarre dal naso.

Riuscii a estrarne una piccola parte, una crosticina che, dallo specchio, vidi staccarsi. La analizzai e ne tastai la consistenza: mi chiesi di che cosa fosse costituita “la bastarda”. Avevo letto qualcosa di curioso su Focus riguardo al sistema immunitario una volta ingerite. 

Quando stavo per ingerire ciò che avevo staccato, si aprì la porta del bagno.

«La stiamo aspettando alla riunione… aveva detto che usciva per pochi minuti!»

«Sì, arrivo subito!»

Non ingerii più quella cosa schifosa. Ma il problema non era ancora stato risolto: solo in modo parziale, infatti, avevo rimosso la cosa immensa che mi ostruiva le narici.

Ne staccai un altro frammento. Ben presto, però, mi accorsi che ci avrei messo ore a scavare una sorta di apertura in quel muro di muco solidificato in cui erano ridotte le mucose del mio naso. Mi venne allora un’altra idea. Mi avvicinai al lavabo, mi rimboccai la camicia e mi apprestai ad aprire il rubinetto; feci scorrere l’acqua. Con mia sorpresa, dopo un getto dirompente finì quasi subito: si trasformò in un fievole e risicato rivolo che, pochi secondi dopo, cessò.

Non sapevo più che pesci pigliare; ormai il tempo a mia disposizione era terminato. Non potevo più procrastinare e dovevo rientrare nella sala riunioni. Ma, appunto, non avevo ancora risolto il problema.

Pensai subito che ci fosse un’altra possibilità di procurarmi dell’acqua in una toilette. Eh sì, purtroppo era l’ultima possibilità: o quello, o non respirare.

Entrai nel cesso e, dopo essermi chinato sulla tazza, ci infilai la mano, con mio grande ribrezzo. Ma dovevo farlo. Tirai lo sciacquone e, con la mano a coppa, ne raccolsi una certa quantità. Subito la portai alle narici irritate e ne aspirai un po’.

Finalmente, dopo queste cure inalatorie, le narici si liberarono completamente; il naso si aprì e tirai un profondo respiro.

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