“Forse è ora di liberarsi da tutta questa burocrazia” aveva detto un collega mentre lui cercava di raccogliere il tessuto della cravatta adagiato sul tavolo. Poi era avanzato l’omino che, lui sì, indossava la cravatta, e lo faceva con eleganza, garbo. Peraltro era un capo di sicuro pregio, lo si era visto da molti dettagli: le cuciture a mano, la pura seta, la simmetria dei disegni, il drappeggio morbido e lucente. Insomma era un prodotto di alta sartoria, non c’era dubbio. Così come era fuori discussione che non vi erano stati progetti, relazioni, o qualsivoglia proposta di cui discutere in quella riunione. 

“Ma com’è possibile, come si fa a tener viva l’azienda se nessuno dei progetti che avevo chiesto è pronto?” 

Una mano gentile si era posata sull’uomo e lui aveva creduto che fosse lì per rassicurarlo, che tutte quelle risa erano state fuori luogo, che presto le sue richieste sarebbero state esaudite.

 

Una mano parimenti gentile si depose sull’uomo all’ingresso della cavità. “È già da qualche ora che te lo dico” fece una voce rauca ma cordiale “non puoi andartene, nessuno se ne va da qua. E poi, per andare dove?” 

Con uno sforzo insano, tendendo i muscoli allo spasimo, l’uomo scivolò a ritroso, allontanandosi di qualche metro dall’accesso oscuro. Poi virò il capo scoprendo un orecchio straziato da una macchia di polvere rovente. Colui che aveva parlato era un figuro aitante e dallo sguardo compassionevole. Una barba sporcata dalla terra gli copriva buona parte del volto.

“Non puoi fuggire, mi spiace, anzi nemmeno mi spiace in fondo. Qua si sta bene, non è mica il caso di discuterne”. E così dicendo, spiegò le sue braccia da aquila onde mostrare ciò che c’era alle sue spalle. 

 

Quella mano aveva indugiato a lungo sulle sue spalle. Dinanzi a sé il tavolo dell’ufficio e quella pila di vane cartelline colorate. “In che senso dovremmo liberarci dalla burocrazia?” avrebbe voluto domandare al suo interlocutore che però non si era palesato nella coltre di colleghi. Non si sa se fosse stato l’omino dalla cravatta pregiata, che del resto ora si stava disinteressando di questioni amministrative, intento com’era a civettare con sua moglie. 

L’uomo aveva ormai la testa piegata: da gentile la mano si era fatta greve ed il peso sulle sue spalle era tale da indurlo a reclinarsi. 

Quanti stupidi colleghi aveva. Che politiche infauste e indecorose aveva dovuto subire in tanti anni, s’intende non per causa sua ma per via dei soci: tutte politiche volte ad appestare la società con personale incompetente, sudicio, individui di smodate pretese, che mai avevano privilegiato l’interesse dell’azienda; a ben vedere l’azienda era solo lui, e lui era l’azienda. 

Epperò nuovi colleghi si stavano accalcando in quell’ufficio, volti del futuro e del passato, volti che si ricomponevano, finanche di persone morte che lui mai aveva salutate. Pletore di colleghi che avevano preso a colmare ogni spazio di quella sala riunioni - che strano, mai lui aveva pensato quella sala potesse esser così grande da ospitare centinai di corpi - corpi che si erano appiattiti su pareti e soffitto pur di esser lì, addirittura teste che, per poter essere lì, si erano fuse tra loro dando luogo a creature raccapriccianti. 

E intanto un odore acre, un panno premuto delicatamente sulle sue narici, e il moncherino della cravatta che si era disunita dal collo planando sui fili della barba luminosa di uno dei colleghi.

 

“Che bella barba luminosa” pensò l’uomo sincerandosi delle fattezze del figuro. Alle sue spalle l’arena di sabbia fine, delimitata dai suoi altissimi fianchi, talmente ripidi da impedire qualsivoglia ascesa.

“Non puoi fuggire dalla fossa” rincarò il figuro. “Lo so, nelle prime ore l’impeto è quello, ma dopo ti accorgi che si sta bene. Sarebbe empio volersene andare. E per andare dove?”

Il figuro brillava come una stella nell’universo sabbioso della fossa. Alle sue spalle l’uomo notò il sole, gradito ospite, che stava per fare capolino.

“E vorresti davvero incunearti là dentro? Potresti soffocare sai, e a che pro, qui si sta bene, sai. E poi c’è il rischio che tu finisca in una delle loro tane. Non andrebbero disturbati, soprattutto al crepuscolo… Ma non temere, nei prossimi giorni ti spiegherò alcune cose…”

E così dicendo, il figuro porse la mano all’uomo, ma in quello l’enorme ombra cilindrica ricomparve e si distese sopra entrambi gli uomini. Per qualche istante sobbalzò, oscillando orrendamente quasi a sfiorare l’uomo che giaceva a terra. Poi si vide costretta ad una scelta e l’enorme zampa prelevò quindi il figuro barbuto, che si mise a urlare in modo atroce come a voler sconquassare tutto il tappeto di sabbia.  

Il gigantesco ragno non se ne curò e lo inghiottì tutto intero, riabilitando il silenzio nella fossa. 

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