Tutto era cominciato con un tocco leggero sulla spalla. Ero solo in casa, seduto davanti al portatile. Mi voltai di scatto, ma non vidi nessuno. Mi alzai e ispezionai la stanza: i libri sparpagliati sul pavimento, il letto sfatto, le tende mosse dal vento che entrava dalle finestre socchiuse. Solo il ronzio dell’aria condizionata. Eppure, ne ero certo: non ero solo.
«So che sei qui», chiamai ad alta voce. Sembrava proprio che Flavia mi avesse voluto sorprendere. Il ricordo della notte in cui l’avevo sentita accanto a me svanì quando la porta di casa si aprì all’improvviso. Giulia era sulla soglia. Il suo sguardo attraversò la stanza e si fermò su Flavia. Seguì il caos: urla, accuse, parole lanciate senza controllo. Giulia la cacciò in malo modo. Provai a spiegare qualcosa che nemmeno io riuscivo a capire fino in fondo, ma finimmo per litigare furiosamente. In pochi minuti tutto crollò. La relazione con Flavia finì lì, e poco dopo anche quella con Giulia. Di Flavia non seppi più nulla. Era come se fosse scomparsa. Il telefono squillò ancora. Risposi. Dall’altra parte arrivò un respiro spezzato, poi un singhiozzo. Era Giulia.

«Scusami se ti chiamo», disse con voce distrutta, «ma non sapevo chi altro chiamare.»
Mi sedetti lentamente. Un brivido mi attraversò la schiena.

«Hanno trovato Flavia», disse. «Il suo corpo era in una scarpata. Un incidente d’auto. È successo due giorni fa.»

Due giorni. Il sudore mi colò lungo la schiena, freddo, mentre la stanza sembrava rimpicciolirsi.
«È morta sul colpo», aggiunse. «Era sola in macchina.»
Non risposi. Due giorni prima avevo sentito il suo corpo accanto al mio. Due giorni prima avevo fatto l’amore con lei. Non so perché aprii il libro del mio professore di filosofia.
Lo sfogliai senza leggere davvero, finché una frase sottolineata attirò il mio sguardo: 

“La simultaneità non è un fatto del mondo, ma una condizione del soggetto.”
Ora, seduto nel mio appartamento, la frase tornava a galla con una chiarezza insopportabile.
Chiusi il libro. In quel momento compresi — non con la ragione, ma con una sorta di evidenza muta — che forse non avevo incontrato Flavia dopo la sua morte. Forse ero entrato, senza saperlo, in una di quelle zone di tempo spurio in cui la successione cronologica è abolita. E che il mio professore di filosofia della storia aveva chiamato simultaneità. Un punto in cui due eventi si sovrappongono per un istante.
Alzai lo sguardo verso il soffitto della stanza.
Da allora so che alcune notti non finiscono quando crediamo.
E che le cose possono accadere in modi diversi, in un tempo diverso. Poi per un istante mi parve di vedere una figura alle mie spalle.
Poi più nulla.

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