Lo chiamavano John Wayne perché sul motorino (che poi era di suo fratello) aveva la decalcomania di un cowboy impegnato in un rodeo.

Soprattutto, lo chiamavano così perché lui, Davide, John Wayne non lo poteva soffrire.

Diventammo amici quando, a scuola, il preside ebbe l'idea di proporre un regolamento per il vestiario. Io, per parte mia, mi ostinavo a portare pantaloni con la riga e scarpe di cuoio.

Quel giorno, Davide mi venne incontro sventolando un volantino e urlando qualcosa contro l'omologazione borghese. Non c'erano molti manifestanti e, quei pochi, erano mezzo insonnoliti. Avrei potuto scattare e infilarmi nel portone, invece mi fermai e gli chiesi se in giro vedeva qualcuno vestito come me.

Lui si guardò intorno cercando tra la folla di ragazzi in jeans e giubbotti, poi mi lasciò passare.

La proposta di regolamento sul vestiario non passò e Davide, malgrado tutti i suoi sforzi, non riuscì a farsi espellere. In realtà penso che gli insegnanti non se lo volevano vedere più davanti e che, soprattutto, temessero di creare un caso. Comunque, scemo non era e questo aiutava.

Dopo la scuola io entrai nell'attività di famiglia (che, detta così, sembra chissà che) e lui fece cose e vide gente, come diceva quel tale. Nel frattempo dipingeva.

A questo punto la storia vorrebbe che, a distanza di anni, io diventassi ricco, cinico e disilluso e Davide idealista e povero in canna. Le cose, invece, andarono diversamente.

Lui fu notato da qualche club radical chic del centro che gli diede i soldi per mettere su una galleria. Io invece, dopo che i miei non furono più in grado di gestire il negozio di ferramenta (ho già detto che non era poi 'sta grande attività, quella di famiglia, no?), presi a condurlo in pianta stabile.

Il caso (o il destino) ci aveva messo un'altra volta l'uno di fronte all'altro (e questa, sì, questa potrebbe essere la solita storia).

Per essere precisi, io ero sul lato nord della via, e lui su quello sud. La conseguenza era che, tra i due, io spendevo di più in illuminazione e riscaldamento.

Ci salutavamo e continuavamo a essere amici, anche se io mi ostinavo a portare pantaloni con la riga e scarpe di cuoio. Come se non bastasse, insistevo a chiamarlo “John Wayne” e mettevo la cravatta.

Ogni tanto, mi piaceva ricordargli che io, i suoi quadri, sia quelli che dipingeva, sia quelli che vendeva, non li avrei mai comprati, ed era vero: non avrei potuto permettermeli.

Per quanto si desse da fare, Davide non riuscì mai a mettersi sul serio nei guai.

Il massimo che riuscì a ottenere fu un processo per danneggiamento perché aveva preso a dipingere le sue opere sui convogli della metropolitana insieme a ragazzi che avevano la metà dei suoi anni.

La sera prima del processo andai a trovarlo e gli dissi che, se fosse dipeso da me, l'avrei condannato. Non avevo niente contro i murales, ma non mi andava di essere costretto a vederli, se non mi piacevano. Soprattutto, non mi andava di pagare per non guardarli, come succedeva tutte le volte che aumentavano il prezzo del biglietto per i mezzi pubblici per pagare la pulizia delle vetture.

In ogni caso, scommisi che lo avrebbero assolto e dissi che, se avessi vinto, lui avrebbe dovuto guardare con me “Un dollaro d'onore”.

Magari non conoscete quel film – è passato un bel po' da quando era popolare – e, se chiedete in giro o guardate su internet, come si usa adesso, vi diranno che è un western con John Wayne, quello vero (anche se in realtà si chiamava Marion Morrison). Per me, è una storia di amicizia.

Precisai a Davide che sarei andato a vedere il suo processo. Così, tanto per essere sicuro. E poi, non mi costava fatica. Quello stesso giorno avrebbero emesso anche la sentenza di fallimento nei miei confronti e, su di me, nessuno avrebbe scommesso un cent. Figurarsi un euro o un dollaro.

Andò come avevo previsto e quella sera vedemmo il film.

A un certo punto lui cercò di allontanarsi con la scusa di dover andare in cantina, ma io tenni duro. Gli permisi di andarsene solo dopo che terminarono i titoli di coda.

Quando lo fece, stette via un bel pezzo e, al ritorno, aveva in mano un pacco piuttosto voluminoso che aveva tutta l'aria di essere una tela.

«È un Guido Reni. Va solo un po' ripulito» disse. «C'è l'expertise dietro e, per quanto mi riguarda, te lo puoi tenere. Tanto non riuscirai mai a farmi piacere quel vecchiume».

Mi alzai pian piano e mi misi davanti a lui, come quella volta tanti anni prima.

Ci guardammo in faccia ben bene e pensai che eravamo cambiati parecchio e non c'era ripulitura che potesse mettere a posto le cose. Oppure non eravamo cambiati granché e la ripulitura non serviva.

«Be'», dissi prendendo il quadro, «tanto neanche tu riuscirai a farmi smettere di portare i pantaloni con la riga e le scarpe di cuoio».

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