Portavano i soggetti, fin dalla nascita, in un corridoio sotterraneo. In una sala malamente illuminata venivano incatenati in modo tale da non potersi vedere tra loro. Potevano solo guardare davanti, sempre nella stessa direzione. Davanti a loro si svolgeva uno spettacolo. I soggetti non sapevano di vivere in una situazione eccezionale. Avevano passato tutta la vita di fronte a quella scena, senza possibilità di voltarsi. Ritenevano che ciò che vedevano fosse l’intera realtà.

Ma quello spettacolo era una messinscena. Gli “attori” non erano persone vere: erano statue, oggetti, sagome portate avanti e indietro da inservienti nascosti dietro un muretto. I prigionieri non vedevano né le statue né gli inservienti. Alle loro spalle, un fuoco proiettava le ombre di quegli oggetti sulla parete davanti a loro. Da sempre, i prigionieri avevano visto solo ombre. E la loro mente era lontana mille miglia dal mondo reale.

I Platoniani sostenevano che le Ombre, ed era questo il succo del Primo Comandamento e su cui avevano costruito il potere sul pianeta, fossero da scacciare e solo quando non vi sarà neppure la possibilità che si crei un’ombra, solo allora la verità farà liberi gli uomini. Questo era il cuore del loro potere: dimostrare che gli uomini, anche quando si credono liberi, possono passare l’intera vita in catene, guardando un teatro d’ombre. Come era stato fatto in passato e il Grande Esperimento era servito proprio a quello: a dimostrare che le cose erano così.

Le ombre, dicevano, sono entità minori. Sono assenze di luce. Sono negatività. Nelle ombre si nasconde il delitto, si prepara il male, si progetta l’inganno. Per questo l’ombra andava eliminata. Ovunque e sempre. Qualcuno, un tempo, aveva osato osservare che forse c’era qualcosa che non tornava in quel discorso. Che forse proprio l’ombra, e non la luce, poteva rivelare qualcosa che la luce nasconde. Ma fu subito zittito.

Ma quel giorno successe qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere nella propria vita, né nei secoli a venire. Probabilmente non avrebbe mai guardato il cielo con tanta attenzione, se la Luna non fosse stata perfettamente inquadrata dalla finestra di casa sua. Nonostante l’inquinamento visivo della città sottostante, la sua presenza, là in cielo, era magnifica.

Poi successe l’impensabile. Quasi impercettibilmente, qualcosa cambiò nella luce. Una lievissima variazione di luminosità. La luce divenne grigiastra. I colori si smorzarono, come se qualcuno avesse abbassato una manopola da qualche parte nel cielo. Non era ancora buio, ma non era più pieno giorno. Guardando il Sole con le protezioni adatte, vide un morso nero che rosicchiava il bordo del Sole. Non era una nuvola. Non era foschia. Era la Luna. O meglio, era la proiezione che, in mancanza di un altro termine, non poteva che definire ombra.

Stava passando davanti al Sole. Il morso crebbe, gli sembrò che il Sole fosse una grande e immensa mela su cui, nella parte più esterna, fosse stata morsicata. Sorrise a quell’immagine. Il Sole divenne una falce luminosa sospesa in un cielo sempre più irreale. Le ombre sul terreno si allungarono e si fecero taglienti, come disegnate con una lama. Gli animali si confusero.

E poi, all’improvviso, accadde. Il Sole, quella grande lanterna nel cielo, si spense. Il giorno si chiuse come un occhio su cui si chiude la palpebra. Dove prima c’era il Sole rimase un disco nero perfetto, circondato da una corona di luce bianca, sottile, vibrante: l’atmosfera del Sole, che normalmente non si vede mai, ora era nuda, ed era costituita dai milioni di lingue di fuoco che si proiettavano fuori dalla corona stessa.

Il cielo divenne scuro, come in un crepuscolo rossastro per la luce di quelle lingue di fuoco. Si vedevano le stelle. Si vedeva Venere. Il paesaggio assunse un aspetto metallico, estraneo, come se appartenesse a un altro pianeta. Era l’ombra della Luna che correva sulla Terra. Non era il Sole che si spegneva: era la Terra che, per un istante, entrava nell’ombra di un sasso, di un ammasso di rocce e minerali. Durò pochi minuti.

Ma fu in quel momento, durante la fase totale, che successe qualcosa di inatteso. Per la prima volta, vide la Luna per quello che è davvero. E lì volle metterlo per iscritto sul suo taccuino. Usava scrivere su carta perché non si fidava di scrivere su meccanismi elettronici, temendo che quei pensieri potessero arrivare nelle mani della P.P. (la temibile Polizia Platoniana). La Luna è un sasso tenebroso, piuttosto cospicuo, sospeso a una certa distanza sopra la testa di chi la guarda — e stranamente non cade addosso, continuò a scrivere.

Naturalmente conosceva le leggi che la tengono in orbita. Le conosceva benissimo. Ma i suoi occhi, non abituati a vedere pietre sospese nel cielo, non volevano sentire ragioni. All’improvviso, l’illusione svanì. Quella superficie che di solito, nella luce diffusa, appare come una lanterna delicata e leggera, durante l’eclissi perse la sua natura di semidea. Si separò dalla corte degli altri oggetti celesti, tutti brillanti. Anche i pianeti, come lei, sono scuri e splendono solo di luce riflessa.

Ma la vista, abituata alla luminosità, non li riconosce come tali. La luce conferisce una leggerezza che rende accettabile — quasi normale — il loro galleggiare nella notte, come lampade appese al soffitto nero del cielo. L’ombra, invece, rivela. L’ombra della Terra rivelava la vera natura della Luna. E in quell’istante capì che era successo qualcosa. Qualcosa che aveva a che fare con la liberazione. Come se la chiave per uscire da una prigionia invisibile si nascondesse proprio nell’ombra.

Poi, sul bordo nero, comparve un punto di luce accecante. Un filo. Una scintilla. Il Sole tornò a farsi strada. La corona scomparve. Il giorno rientrò di colpo, quasi con violenza. Gli uccelli ripresero a cantare. I colori tornarono. Le ombre si accorciarono. Tutto ricominciò come se nulla fosse successo. Eppure, per chi l’aveva vista, restava una certezza: per qualche minuto, nel pieno del giorno, la Terra era rimasta preda della notte, dell’Ombra.

Fu subito chiamato per officiare dall’ufficio particolare della Torre Solare.

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