L’auto arrivò con qualche minuto di ritardo.
Una Panda vecchia, di quelle che sembrano sempre sul punto di spegnersi.

Si fermò davanti a me con un leggero strappo del motore, poi silenzio. Dal finestrino uscì un braccio che salutava.

«Sei tu quello per Monza?» chiese il conducente.

Annuii. Me l’aveva mandato un amico che all’ultimo non poteva più accompagnarmi alla mostra. «Tranquillo», aveva detto al telefono, «ti mando un collega, passa lui a prenderti.»

Salii.

Il collega aveva circa trent’anni, una barba corta e uno sguardo molto concentrato. Teneva entrambe le mani sul volante, ferme, alle dieci e dieci.

«Io sono Guido», disse.

La Panda partì con un piccolo sobbalzo.

Facemmo dieci metri.
Il motore si spense.

Guido rimase immobile per un paio di secondi, poi annuì piano.

«Succede», disse.

Riaccese l’auto con calma, come se stesse seguendo un rituale preciso.
Ripartimmo.

Superammo l’angolo della via e arrivammo al primo incrocio. Lui rallentò molto prima del necessario. Guardò a destra, poi a sinistra, poi ancora a destra.

Nel frattempo nessuno arrivava.

«Sai», disse senza staccare gli occhi dalla strada, «questa è la prima volta che faccio un viaggio un po’ lungo.»

Pensai che intendesse dire fuori città.

«Quanto lungo?» chiesi.

Lui ci pensò un momento.

«Prima guidavo solo intorno all’isolato.»

Ripartimmo.
La Panda fece un rumore metallico.

«Comunque la patente l’ho presa», disse sorridendo.

Poco più avanti arrivammo a una rotonda.

Entrammo piano, con la Panda che sembrava pensarci sopra.

Facemmo mezzo giro.

Poi un giro intero.

Io guardai i cartelli.

Poi di nuovo gli stessi cartelli.

Guido teneva il volante fermo, concentratissimo.

Facemmo un altro giro.

Dietro di noi qualcuno suonò il clacson.

Guido fece un piccolo cenno con la testa, come se stesse prendendo una decisione importante.

«Aspetta un attimo», disse.

Passammo davanti allo stesso cartello per la terza volta.

«Le rotonde sono la cosa più difficile.»

Finalmente imboccò un’uscita.

Qualche minuto dopo eravamo sulla strada principale.

Guido guidava con grande attenzione, lo sguardo fisso davanti.

A un certo punto allungò la mano destra verso una leva al volante.

Probabilmente voleva mettere la freccia.

Invece partì il tergicristallo.

Il vetro era perfettamente asciutto.

SCRRRAAAK.
SCRRRAAAK.

Il rumore sembrava quello di due rami secchi che si sfregavano sul parabrezza.

Guido lo lasciò andare per qualche secondo, ascoltandolo con attenzione.

SCRRRAAAK.

«Questo suono non mi piace», disse.

Nel frattempo la Panda stava lentamente scivolando verso il margine della corsia. Guido fece una piccola correzione, sempre con molta calma. Il tergicristallo continuava.

SCRRRAAAK.

Alla fine trovò la leva giusta e il vetro tornò silenzioso.

Dopo un po’ ci trovammo dietro un trattore che procedeva molto lentamente. Guido rimase in scia per qualche secondo, studiando la situazione.

Poi uscì dalla corsia per sorpassare.

La Panda prese un po’ di velocità e si affiancò al trattore.

A metà del sorpasso, però, Guido rallentò.

Restammo paralleli.

Io guardai il trattorista. Il trattorista guardò noi.

Guido rimase pensieroso.

«Secondo te sto andando troppo forte?» chiese.

Davanti, in lontananza, comparve una macchina.

Il trattore continuava alla sua velocità.

La Panda restava esattamente accanto.

Guido osservò la strada per un altro secondo, poi annuì tra sé.

«Ok», disse.

Fece una pausa breve.

«Adesso accelero.»

La Panda fece un piccolo scatto in avanti, come se anche lei fosse stata in attesa di quella decisione. Il trattore scivolò lentamente alle nostre spalle. La macchina che arrivava dall’altra parte passò con un colpo d’aria e un suono secco, ma ormai eravamo rientrati nella corsia.

Guido non commentò. Solo dopo qualche secondo annuì, molto piano, come se stesse registrando mentalmente il risultato di un esperimento.

Il resto del viaggio passò in una specie di silenzio concentrato.

Ogni tanto la Panda faceva un piccolo sobbalzo, ma Guido sembrava aver trovato un ritmo.

A un certo punto smisi perfino di guardare la strada.

Quando ricominciai a farlo, stavamo già entrando in città.

Non ricordo esattamente quando apparvero i primi cartelli per Monza. Ricordo solo che dopo un po’ rallentammo davanti a una fila di palazzi bassi.

La Panda si fermò in mezzo alla strada.

Il motore rimase acceso con quel borbottio basso che aveva avuto per tutto il viaggio.

Guido era sudato. Aveva la camicia scura sulla schiena e le tempie lucide. Respirava piano, come dopo uno sforzo fisico.

Poi girò la chiave.

Il motore si spense.

Restammo seduti qualche istante nel silenzio.

Io tirai un lungo respiro.

«Grazie del passaggio, Guido», dissi.

«Figurati», rispose lui.

Aprii la portiera e scesi. L’aria di fuori sembrava più leggera. Feci qualche passo verso l’ingresso della mostra, poi mi accorsi che Guido era rimasto seduto al volante.

Mi voltai.

«Non vieni?» chiesi.

Guido scosse la testa.

«No, io ti aspetto qui», disse. «Dopo ti riporto a casa.»

Ci pensai un secondo.

«No grazie», dissi. «Torno in treno. Ho già fatto il biglietto.»

Non era vero, ma mi sembrò una buona idea.

«Capisco», disse.

Guardò la strada davanti a sé.

«Adesso devo fare il viaggio di ritorno.»

Poi aggiunse, molto serio:

«Quello è il difficile.»

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