Il cielo era rimasto grigio per così tanto tempo che nessuno ricordava più il colore dell’alba. Non era un futuro distopico, quello immaginato mille volte nei film. Non era una vecchia serie televisiva. Fumi inquinavano l'aria, liquami di ogni genere l'acqua.

 

Le città erano scheletri di cemento e silenzio, i fiumi scorrevano lenti e pesanti, come se portassero ancora il peso delle ceneri. La guerra atomica aveva consumato tutto: nazioni, ideali, perfino i nomi delle cose. Gli uomini non combattevano più per vincere, ma per non sparire. Ogni cazzo di goccia d'acqua valeva più dell'oro. Il cibo, per come era stato conosciuto, non era più in commercio. Le persone vagavano con i vecchi carrelli della spesa a raccattare, dai vecchi resti, ciò che ancora potevano trovare, magari staccando ogni sorta di oggetto da residui ormai dissolti di vita umana.

 

Eppure, in mezzo a quella fine che sembrava eterna, qualcosa stava per cominciare.

Tutti lo sapevano, e in molti ci speravano. Era scritto su un vecchio libro, forse una leggenda, una risorsa. Ma non era qualcosa che apparteneva a nessuna religione mai conosciuta. Non era un segno del cielo, piuttosto qualcosa di più antico.

"Sarà un bimbo di bronzo metallo, estratto dalla roccia, fuso come lava incandescente e nato dalla purezza dell'ultima goccia di vita umana. E abbasseranno i caschi davanti a lui e deporranno le armi, perché la sua appartenenza sarà salvifica."

 

Lei si chiamava May, anche se nessuno lo sapeva davvero, perché era così che si faceva chiamare. Viveva nascosta sotto le rovine di una vecchia metropolitana, in una comunità che non esisteva su nessuna mappa. La chiamavano “la clandestina” perché non era registrata, non apparteneva a nessuna fazione, non portava marchi né giuramenti. Nessuna divisa, niente di niente. I suoi occhi erano grandi e neri, i suoi capelli crespi e arruffati. La sua pelle, sotto uno strato di stracci e polveri, era liscia e bruna. I suoi tratti non lasciavano dubbi.

 

May custodiva un segreto. Non sapeva che sarebbe stato così, ma avvertiva il peso di un pensiero enorme. Era scappata dalla sua terra per salvare qualcosa che portava dentro. Bambino o bambina, non era dato saperlo.

 

Da mesi, le voci correvano tra i sopravvissuti: un bambino sarebbe nato, diverso da tutti gli altri. Non malato, non segnato dalle radiazioni. Un bambino capace di adattarsi, di resistere, forse persino di guarire la terra stessa. Alcuni lo chiamavano mito, altri speranza. Gli eserciti lo cercavano per controllarlo… o distruggerlo. La guerra era rimasta l'unica forma di sopravvivenza possibile e gli ordini erano chiari: nessuno poteva alterare quell'equilibrio mortale.

 

May lo aveva capito e, nonostante potesse rimanere sospesa nel silenzio di quelle gallerie, preferiva rendersi utile, portando ciò che poteva condividere con gli altri sopravvissuti. Curava le ferite, sapeva parlare in una lingua che nessuno capiva, ma le sue parole avevano un suono diverso che arrivava nella profondità di quelli che la incontravano. E le sue parole estraevano purezza nel fango dell'anima dei sopravvissuti.

 

May agiva così, giorno dopo giorno, finché...

 

Due eserciti si erano avvicinati alla metropolitana: da un lato le Brigate del Nord, dall’altro le Milizie di Cenere. Nemici da sempre, pronti a combattersi fino all’ultimo respiro. Quel giorno avevano capito che qualcosa nell'aria era diverso dal solito. Nuvole enormi, nere, cariche di elettricità, non come quando esplosero le prime atomiche. L'aria era fredda, non bollente come quando si elevarono i cinque funghi incandescenti sull'Europa, sull'Asia, sulle Americhe.

 

Eppure lo avevano capito tutti. Perché era stato risparmiato il continente africano, già martoriato nei secoli passati: l'unico da cui non poter più rubare risorse.

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