C’è una foto di Luigi Ghirri che, appena la vidi, mi fece provare una sorta di sentimento, un’aria di famiglia. Qualcosa che aveva a che fare con la mia storia, ma anche qualcosa che la raccontava — la mia storia — più di un racconto: bastava quella foto. Lì c’era tutta la mia storia.

È una delle foto più anonime che si possano immaginare nella storia di tutte le immagini scattate nel mondo: nessuna particolarità estetica che possa farla ricordare. Ma forse proprio per quella sua anonimità, per questo suo carattere di tabula rasa, come se il mondo non potesse lasciare un segno più sbiadito, più insignificante, come dimostra quel colore slavato di quella foto.

Quella foto ritrae dell’acqua: si vedono piccole onde che creano lievi increspature sulla superficie dell’acqua e poi, in alto, una striscia più scura che occupa circa un quarto della superficie dell’immagine, una fascia più densa e compatta.

Questo è il soggetto della foto, tutto qui.

Nella parte sinistra si intravede la stampa rettangolare e la scritta, mezzo cancellata, “Affissioni”: probabilmente era obbligatorio apporre quella dicitura, segno che si pagava la tassa per affiggere i manifesti, in quel 1971. E così si viene a sapere che quella non è una foto naturalistica, come in un primo momento si potrebbe aver pensato, ma la fotografia di un manifesto affisso, forse di uno scorcio di Venezia, però tagliato in modo tale che si vede solo quella porzione d’acqua, come se quel tratto di fiume o della laguna di Venezia (ma poi non so perché mi venga in mente quella città sull’acqua e non Genova o Livorno) e poi quelle che sembrano delle colature di acqua sporca che attraversano in senso verticale tutta la foto. E forse Ghirri ha fatto la foto in una giornata di pioggia?

Rimane quel colore blu verdastro che, nella sua anonimità, potrebbe essere l’epitome della mia vita: cioè una vita anonima e senza significato. Quel blu e verde è poi un colore che viene direttamente da quegli anni, se non proprio dall’anno 1971: è il colore di vecchi giocattoli che usavo, me li ricordo di quello stesso colore sbiadito e anonimo; poi non li hanno più fatti con quel colore. Oggi sarebbe impensabile un colore del genere, visto che imperano colori squillanti e aggressivi, pieni di rossi e gialli.

Ma il bello è che quel colore ha virato, da quell’anno della mia nascita, tutta la mia vita: ha colorato di anonimo e di una patina di mediocre quotidianità la mia esistenza. E forse era proprio questa l’intenzione di Ghirri nel fare quella foto, cioè quella di ritrarre la sparizione dell’uomo nel grigiore della vita quotidiana? La sua intenzione di ritrarre con quella foto anche la mia vita come si è svolta e come si svolgerà in futuro?

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