Si dice spesso che l’amore renda ciechi. Nel caso di Francesca l’amore le aveva tolto anche l’udito selettivo, perché da anni ascoltava  Stefano senza mai davvero sentirlo.

Stefano era uno di quegli uomini che si definiscono “attenti ai dettagli”. Alto, sempre perfettamente pettinato, con quella barba curata al millimetro che sembrava più un progetto architettonico che un tratto naturale. Parlava con tono calmo, quasi didattico, come se ogni conversazione fosse una lezione e ogni persona un’allieva un po’ lenta. Francesca lo trovava rassicurante. All’inizio.

Lei, invece, era l’opposto: occhi grandi, espressivi, un sorriso spontaneo che arrivava sempre un secondo prima del pensiero. Vestiva con gusto personale, non perfetto ma autentico. E soprattutto, amava. Amava Stefano con una dedizione quasi artistica, come se ogni suo difetto fosse solo un dettaglio da lucidare.

E Stefano lucidava. Eccome se lucidava.

“Quella borsetta è troppo… rumorosa”, le disse una sera, guardandola come si guarda un mobile fuori posto.

Il giorno dopo, Francesca la cambiò.

Due giorni dopo, lo trovò – o meglio, lo “sgamò” – in un bar. Seduto vicino alla vetrina, con una donna dai capelli rosso fuoco, risata fragorosa e una borsa talmente vistosa da sembrare un’insegna luminosa.

Francesca annuì. Perché Francesca annuiva sempre.

Un altro giorno:
“Quelle scarpe… troppo basse. Non slanciano.”

Settimana dopo: Francesca con i tacchi.

Due giorni dopo: Stefano, su Instagram — dimenticando di nascondere una storia — a cena con una ragazza piccola, sneaker consumate e piedi sotto la sedia.

“Non è come pensi”, disse lui.
E Francesca, ancora una volta, pensò meno.

Poi venne il capitolo “posti da frequentare”.

“Quel locale è volgare. Gente senza gusto”, decretò Stefano, sorseggiando vino con aria da sommelier autodidatta.

Francesca smise di andarci.

Tre giorni dopo, lo vide uscire proprio da lì, con una ragazza tatuata, vestita in modo disordinato e bellissimo, che rideva senza chiedere permesso.

Francesca non fece scenate,  osservava.

E Stefano continuava. Sempre coerente nella sua incoerenza.

La proposta di matrimonio arrivò in modo impeccabile. Ristorante elegante, luci soffuse, anello perfetto. Sembrava una pubblicità.

“Sei la donna giusta per me”, disse lui.

E in un certo senso aveva ragione: Francesca era perfetta per il suo bisogno di controllo.

Lei disse sì. Con voce ferma.

Ma da quel momento, Francesca iniziò a sentire davvero.

Il matrimonio fu organizzato in un giardino shabby chic da rivista: archi di legno bianco intrecciati con rose pallide, tavoli in ferro battuto, lanterne sospese come piccole lune disciplinate. Tutto delicato, tutto perfettamente studiato per sembrare spontaneo. Esattamente come Stefano.

Gli invitati arrivarono uno dopo l’altro.

E tra loro, come note stonate in una melodia troppo pulita, c’erano anche loro.

La rossa dalla borsa impossibile. La ragazza con le sneaker. La tatuata del locale “volgare”. E altre ancora, diverse, tutte con qualcosa che Stefano aveva sempre criticato… in Francesca.

Stefano le riconosceva tutte. E loro riconoscevano lui. E quel gioco di sguardi, di piccoli ammiccamenti, continuava anche lì, nel giorno che avrebbe dovuto consacrarlo a un’unica persona.
Non smetteva mai davvero. Non ne era capace.

Quando Francesca arrivò, il giardino sembrò trattenere il respiro.

Era splendida. Non nel modo che Stefano avrebbe approvato, ma nel modo che finalmente le apparteneva: un abito corto e leggero, dei fiori tra i capelli raccolti in modo imperfetto. Vera.

Stefano la guardò. Sorrise. Poi, inevitabilmente:

“L’acconciatura… è un po’ disordinata.”

Certo. Perché anche sull’altare, lui doveva correggere.

Francesca lo fissò. E per la prima volta, non annuì.

Prima che l’officiante potesse iniziare, le luci cambiarono leggermente. Un brusio attraversò gli invitati.

Uno schermo, fino a quel momento nascosto tra le piante, si accese.

Video.

Non uno. Tanti.

Stefano nei bar. Stefano nei locali. Stefano nei ristoranti. Stefano con tutte loro. Stefano mentre rideva, mentre toccava, mentre prometteva – sempre con quel tono calmo, educativo, come se stesse spiegando l’amore a ciascuna.

E ogni scena era montata con una precisione quasi chirurgica: subito dopo un audio, registrato, in cui criticava Francesca per esattamente quel dettaglio.

La borsa.
Le scarpe.
I posti.
Persino il modo di ridere.

Silenzio.

Stefano impallidì. Non per il senso di colpa – quello non lo aveva mai avuto davvero – ma per la perdita di controllo.

Si voltò verso Francesca, cercando una spiegazione, una via d’uscita, una correzione da applicare.

“Cos’è questa… messa in scena?” riuscì a dire.

Francesca sorrise. Non il suo vecchio sorriso, quello spontaneo e arrendevole. Questo era diverso: lucido.

“Attenzione ai dettagli”, disse. “Ho imparato dal migliore.”

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  • zeroassoluto: 👏👏👏
    Bravissimo Carlo; un super racconto!

  • CarloAnti: Grazie dei commenti lusinghieri:))) le teorie sono tante e spesso divergenti.

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