È notte. Fuori c’è una bufera di neve che dura già da tempo. A terra, la coltre bianca sembra molto profonda. Alberi e vegetazione fitta. Null’altro.

Ma dove mi trovo? Perché sono qui?

Dentro è tutto freddo. La luce è andata via. Solo due candelabri emanano una luce fioca nell’enorme salone di legno, dal soffitto altissimo. Sembra una baita di alta montagna. Un’atmosfera spettrale.

A un tratto, una scossa violenta. Un enorme boato. La grande libreria di volumi antichi che ho davanti mi crolla addosso.

Urlo. Urlo tanto da sentirmi squarciare la gola. Ma non credo che qualcuno possa sentirmi. Mi ritrovo incredibilmente illeso, incastrato dalla vita in su dentro uno scaffale.

Attorno a me, sul viso, tanti libri caduti. E una scatola. Una scatola, credo da cucito, che mi ha rovesciato addosso aghi, spagnolette e chissà cos’altro.

Con fatica provo a non pungermi. Cerco di liberarmi da quella morsa.

Ce l’ho fatta. Scappo via. Ho paura.

Fuori ha smesso di nevicare, ma tremo dal freddo. La corsa sprofonda a ogni passo nella neve. Sono stremato. I vestiti sono scompigliati e gonfi per qualcosa che mi è rimasto addosso dopo il crollo della libreria.

Arrivo in mezzo ad alcune case. Alla civiltà. Troverò la salvezza.

Ma all’improvviso… Driiiiiiiiiiin!

La sveglia mi riporta al mondo reale. Era tutto un maledetto sogno.

Mi alzo sudato e mi preparo per andare al lavoro. Per strada, la stessa che percorro ogni giorno a piedi, un brivido mi assale.

Mi sento osservato. Seguito. Da non so chi.

Mi giro di colpo. Guardo ovunque. Mi fermo.

Nelle stradine dell’incrocio vicino. Dietro il chiosco dei giornali. All’entrata del parco. Ma niente. Sarà stata una mia suggestione.

La sera torno a casa, come sempre col buio. Ho voglia di rilassarmi dopo le ansie del mattino.

Accendo la luce e il terrore mi fa sobbalzare all’indietro, strozzandomi un urlo in gola.

Tutto il salone è messo a soqquadro. Cassetti rovesciati. Quadri a terra.

Sul vetro dello specchio del bagno, una scritta rossa: “Bastardo: pagherai!”

Impallidisco. Comincio a tremare e sudare.

Chi è entrato in casa mia? Allora stamattina mi stavano davvero seguendo.

Non so che fare. Giro senza sosta per tutte le stanze dell’appartamento. Ma non c’è nessuno.

L’indomani la storia si ripete. Più tragicamente.

Dopo una notte insonne, vado al lavoro. Al solito incrocio non faccio in tempo a capire di essere seguito che vengo spinto a terra.

Due uomini mi colpiscono con schiaffi, pugni e calci ovunque. Hanno facce poco raccomandabili.

A un tratto uno dei due mi infila una mano nella tasca dei jeans. Ne estrae un ditale da cucito. Io non sapevo nemmeno di averlo.

Urla: “Eccolo, bastardo! Il ditale d’oro che vale una fortuna è nostro!”

Poi arriva l’ultimo calcio violentissimo in faccia. Sputo sangue. Perdo i sensi.

Mi risveglierò l’indomani in ospedale, circondato da poliziotti.

“Buongiorno, come si sente? Si ricorda cosa le è successo?”

“Io… sì. Sono stato aggredito da due tipacci. Mi seguivano già dal giorno prima. E sono entrati in casa mia, minacciandomi e mettendo tutto a soqquadro.”

“Perché non ci ha avvertiti subito? Comunque li abbiamo presi. Sono due esponenti di una pericolosa banda criminale locale. Cercavano un ditale in oro massiccio del valore di circa 200 mila euro. Come mai ce l’aveva lei? È suo? Dove l’ha preso?”

“Io… no, non è mio. Cosa me ne faccio di un ditale da 200 mila euro? Non ho nemmeno l’hobby del cucito.”

“Faccia poco lo spiritoso e si tenga a disposizione.”

Dopo due mesi di indagini, la polizia scopre che il ditale apparteneva a una famiglia di nobili. Avevano una sartoria di lusso. E tenevano alcuni di questi oggetti in una baita di montagna.

La mia faccia sconvolta, alla vista delle foto di quella baita in commissariato, non mi rende credibile nel negare di esserci stato.

Io e i due delinquenti veniamo condannati per furto. Loro anche per lesioni nei miei confronti.

In realtà, né io né il mio avvocato riusciamo a difendermi da quell’accusa di furto. Perché io quella baita l’avevo vista solo in sogno. In quel maledetto sogno.

Ma com’è possibile che quel ditale, cadutomi probabilmente addosso dalla libreria, mi sia realmente rimasto in tasca, se quella scena era solo un sogno?

Non ci credo io. Non ci ha creduto la polizia. E chissà se ci credete voi.

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