A volte il mare a Lampedusa non restituisce alla spiaggia solo arbusti e alghe, ma anche resti umani. Gerard lo sa bene, ecco perché sente il suo debole respiro addirittura spezzarsi quando vede, dalla grande vetrata della sua camera, giungere la bufera.

Quella sera, al tramonto, osserva con ansia un panorama tenebroso: le nuvole cariche di pioggia hanno coperto l'orizzonte e un vento intenso solleva le onde. Gerard vorrebbe smettere di guardare lo spettacolo della rabbia della natura, ma non ha che quel panorama, in qualsiasi condizione si presenti, per uscire almeno con la fantasia dalla sua prigione.

Animale malato in gabbia, alla fine decide di abbandonare quel triste scenario: con la bocca spinge in basso il bastoncino che aziona la retromarcia. Il rumore del motore della carrozzina non è per niente fastidioso; quasi piacevole, si fonde allo stantuffo del respiratore che, attraverso un tubo, si collega ai polmoni per gonfiarli d'aria. La SLA è una compagna malvagia.

Oggi, purtroppo, Gerard ha qualche linea di febbre e si deve correre subito ai ripari: nelle sue condizioni anche un semplice raffreddore può essere fatale.

«Papà, è arrivato il dottore, sta salendo proprio le scale del giardino», lo avverte la figlia Nancy, l'unico sollievo del povero tetraplegico.

E mentre il grasso dottor Vincenti cerca di superare gli alti gradini, ancora una volta il mare restituisce un rifiuto umano: Giustino, un palermitano impiegato all’istituto per l’accoglienza migranti, un tipo che non è mai riuscito ad affermarsi e che ha sempre provato rancore per il suo prossimo, fino ad arrivare a rubare nelle casse del centro.

Adesso, dopo aver corso lungo la spiaggia deserta per diverse ore, voltandosi continuamente con il terrore di essere inseguito dalla polizia, la villa di Gerard gli appare il rifugio perfetto, favorito dalla distrazione di Vincenti che ha lasciato il cancello aperto.

«Questo luogo ha una chiara atmosfera di dolore e di morte», pensa, «ma sono costretto a entrare perché temo che mi stiano raggiungendo. Percorrendo il perimetro della villa, in qualche modo forzerò una porta per non rimanere fuori all'addiaccio.»

«Caro amico, mi raccomando: massimo riposo. Le ho fatto una puntura di antibiotico assai robusto, domani tornerò a visitarla. Cerchiamo di evitare complicazioni», spiega il dottore a Gerard.

«Maledizione, significa che non potrò nemmeno aggirarmi un po' per casa?»

«Gliel’ho detto, le sue condizioni sono appese a un filo sottile: cerchiamo di evitare il pericolo di spezzare quel filo», sostiene ancora il dottore e, con tono basso, rivolto dal lato opposto, segue la voce di Nancy: «Con tutto quello che hai avuto, non vuoi proprio capire che è già un miracolo che tu sia vivo?»

Le ore della notte, alla luce dell’abat-jour e della televisione a basso volume, trascorrono lentamente, rese ancora più cariche di noia e tristezza dal temporale che infuria all'esterno. La monotonia dei rumori — le onde che sbattono sugli scogli, il vento che soffia continuo, lo stantuffo del respiratore tolto dalla carrozzella e posato su un armadietto accanto al letto — è rotta solo dalla visita di Nancy.

«L'antibiotico sta facendo effetto?»

«Sì, mi sembra di stare un po' meglio.» E, dopo un momento di pausa: «Non puoi continuare a dedicare la tua vita a un tetraplegico, anche se si tratta di tuo padre. Dovrò abituarmi a farmi accudire dagli sconosciuti.»

«Per il momento non mi pesa, forse perché non ho ancora pensato a cosa veramente vorrei fare del mio futuro.»

«Ma te ne andrai e io sento che non lo accetterò, anche se non dovrei essere così egoista.»

«Adesso basta, smetti di rimuginare e dormi.»

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