La prima volta che sentii parlare di Gemini fu durante un mio recital di poesie di cui nessuno sembrò capirci niente.
Dalla platea, come “bocca d’ombra”, qualcuno gridò: “Leggile a Gemini, lei forse ti capisce!”.
Dal palco, senza aver individuata la fonte di quel suggerimento, promisi che l’avrei fatto.
Dalle quinte sortì fuori un ometto claudicante e sconsolato a riprendersi il leggio. Lo toccai su una spalla e
ringraziandolo con un sorriso gli dissi che lo avrei portato via io.

“Come vuole” rispose indifferente.

“Lei che ne pensa?” domandai raccogliendo i miei scritti.

E lui, con una
smorfia di dolore: “Domani pioverà, ecco cosa penso. Questo maledetto ginocchio non si è mai sbagliato”.
Una volta a casa pensai e ripensai e nel pensare impazii su quel nome così inusuale. Pur non avendo fatto studi classici mi convinsi che derivasse dal latino, e così controllai. Era latino, Gemini, plurale di geminus, e significava “gemelli”. Avrà una gemella, che ne so, mi dissi.

Cominciai a fantasticare sulla sua identità. Doveva essere una signora colta e, cosa avevano gridato? Ah, sì, “Forse lei ti capisce”.

Chi mi capisce è bravo, scherzai tra me. Quindi una donna con una reputazione culturale il cui rispetto si
era imposto perfino tra i bifolchi. Mentre io non ne sapevo niente. Dovevo conoscerla. Non perché volessi misurarmi con lei, ma perché una donna siffatta mi affascinava. Una bellissima signora dalla quale imparare, desiderai, e che qualora il mio lavoro l’avesse meritato, mi fosse stata amica. Le avrei chiesto di co-reggermi, e di permettermi di riposare tra le sue parole. Ma come fare? Smisi di sognare ad occhi aperti e finalmente li chiusi.

Des livres de chevet impilati lasciavano ammiccare l’angolo di un quaderno, una riproduzione anni ’50 dalla copertina nera goffrata, bordi rossi, e tavola pitagorica all’interno. Lo
avevo nominato “il libro dei sogni”. Sì perché avevo preso l’abitudine di svegliarmi quando, per eccitamento mi avesse chiamato una frase, un turbamento ecc. a mettere quel prezioso materiale per iscritto, senza condizionamenti di sonno, di orario, di riguardo per alcuno mi dormisse accanto. Non avevo animali, né moglie, né fugaci, effimeri affetti.

Quella mattina non vi trovai alcun pensiero aggiunto. La notte appena trascorsa mi sembrò passata invano. Sapevo di aver espresso un giudizio corrotto dal mio scarso interesse per il pensiero nel sonno che sicuramente aveva lavorato per me anche quella notte. Sapevo che, a differenza, di me il pensiero lavora sempre.
Fui semplicemente insolente, come istupidito dallo spettro di un innamoramento . Guai a dire a un innamorato “lascia stare, non è amore”. Ma di cosa andavo delirando? “Ci penserai poi”, sibilò la rimozione spacciandosi per soluzione.
 

Avevo bisogno di soldi. Non avevo amici ai quali chiedere, ma soprattutto mi presentavo male, come se da chiunque mi fossero dovuti onori e privilegi. Non restava che bussare alla cassa dell’editore. Le mie nocche vi avevano ormai sanguinato sopra per tutte le volte che vi bussai.
Non appena mi riconobbe dal basso della sua pingue figura, scrollò il capo e sedette senza chiedere di accomodarmi, come avesse desiderio e fretta di non rivedermi mai più.
“Che vuoi?” disse bruscamente.

Finsi un entusiasmo che fu subito biasimato. Parlai di grandi cose, un progetto in cui mi ero trovato come se la fortuna stesse finalmente per indicarmi il sentiero dorato del successo, ma le energie andavano rapidamente scemando, e crollai con occhi di pianto sulla poltrona che avevo vicino. “Sono un albero di
pere senza le pere, un disperato! Non ho soldi neppure per una mela, ti prego, investi ancora su di me, non sono ancora finito. Devo trovare un nuovo linguaggio, nessuno
capisce più quel che scrivo”.

L’editore aveva disegnato sul viso uno strano sorriso per nulla rassicurante. “Quelle sono le ultime che hai scritto”, indicando i fogli che avevo arrotolati nella tasca della giacca, sempre quella.

Feci cenno col capo che sì, erano proprio quelli.

“Da’ qua”, ordinò con quel sorriso rivelatosi sardonico. Sfogliò, guardò, lesse qualcosa, e si annoiò sbuffando: “Senti un po' qua, giudica tu stesso, rivelazione dell’anno!” mi canzonò. “Delfico, adamantino, la bure … che diavolo è La bure?”

“Il timone dell’aratro” risposi con un filo di voce.

“E la coffa, che roba è la coffa?”

“Il posto di vedetta sull’alberatura della nave”.
“Ma poi, di che parlano le tue poesie?” seguì un lungo silenzio, “non lo sai nemmeno te, ascolta … ti chiami? Ecco, ascolta Daniele, io non ti do un centesimo, ma voglio darti un’ultima chance, come dicono nei film. E’ arrivata in città la dott.ssa Gemini Simpson”

Gemini! Quasi gridai.

“Terrà un corso di scrittura creativa, è in cerca di esordienti ma si fa pagare cara e tu non hai gli occhi per piangere. Voglio darti un’opportunità che in molti si sognerebbero di vedersi offerta, non dovrai sborsare nulla, ti raccomanderò a lei per fare di te quel che all’inizio della tua carriera di scrittore promettevi di diventare. Lei ed io non lo faremo gratis ovviamente, e tu, comunque andranno le cose, promessa o buffone, sarai la nostra mercede. Sapremo noi cosa farne di te, accetti?”

“Sì, ma ho fame.”

“Questo è lo spirto giusto, i poeti sono esseri spirituali. Ora sparisci, e chiamami domani nel pomeriggio. Che fai? Ho detto vai!”.
Gemini … “Sì, non vi deluderò”

“See see, chiudi la porta”.
Gemini, la signora. La signora dei miei sogni, proprio lei mi avrebbe aiutato, l’affascinante colta Gemini. Mi sentii dell’umore per farmi segnare un cappuccino al bar sotto casa.
 

Troppo tardi mi resi conto di non avere un telefono; l’avevano in guardiola, ma non per me. Tantomeno
possedevo uno di quei cosi chiamati cellulofoni, costosissimi.
Raggiunsi a piedi l’ufficio e mi presentai di persona. “Non dovevamo sentirci per telefono io e te?”.

“No, ricordo bene”.

“Sarà”. Era in piedi davanti a me, e mi fissava la cinta dei pantaloni. Un nastro di cartone colorato.

“Sei proprio messo male” commentò fingendosi rattristato. “Sei qui perché non hai un cellulare” si riebbe con rinnovato vigore.

“E’ che …”

“Stai zitto! La signora Gemini Simpson è a conoscenza della tua vergognosa condizione di
indigenza, e del tuo potenziale …Stai zitto! Ti sarà recapitato del vestiario. Renditi presentabile almeno
nell’abbigliamento, e soprattutto, ma questo te lo chiedo a
titolo personale: lavati!”

“No, non ho finito, ascolta. Questo è un cellulare, qui troverai Gemini, la sorella gemella della tua vera mentore. Non mancarle di rispetto, è preparatissima e infallibile quasi quanto la divina gemella. Diciamo che i suoi modi sono diventati obsoleti, proprio come il tuo linguaggio. Quando sarà il momento verrai qui
e mi consegnerai il cellullare mentre io ti consegnerò alla Signora”.

“Ah, uscendo fermati in segreteria, c’è una busta per te”.

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