Stamattina, appena alzata, ho subito realizzato che il piede sinistro non mi doleva più, dopo mesi di tormenti. Inoltre mi sono sentita piena di energia, un fatto estremamente raro per me. Ho cominciato addirittura a rassettare la casa, ancor prima di far colazione. Fatti oggettivamente mai registrati prima.

Non c’è dubbio: nel cuore della notte la mia vecchia anima deve essere crepata e un’altra, che gironzolava da queste parti, ha preso possesso del corpo rimasto vuoto. Quando ho aperto gli occhi il trasferimento era già completato. A metà giornata ne ho avuto la conferma: sono entrata in un vivaio e ho comperato viole del pensiero, crocus e gerani: non è mai stato nelle mie corde darmi da fare per abbellire il balcone.

Bene, mi sono detta, benvenuta nuova personalità. L’altra mi aveva stancato; anzi, francamente mi aveva rotto. Era una pessimista cronica, un essere complicato e noioso.

Stasera alla nuova anima andava di divertirsi, e io l’ho seguita senza discutere. Direi che tra noi due io sono l’astuccio di carne e lei la timoniera. Ok, mi sta bene. Vediamo che sa fare.

Entriamo nel ristorante ed è lei che ordina un calice di vino bianco fermo; io sarei astemia. Prima, in una boutique, con la mia carta di credito ha scelto un vestito rosso, scollato, audace. Pure troppo caro. La mia giacca blu di Luisa Spagnoli l’ha lasciata nel camerino, raggomitolata sotto lo sgabello come un tappetino infeltrito.

Al bar un anziano signore distinto ci approccia. Lui appare ipnotizzato, lei esageratamente ammiccante. Senza concedere nemmeno il numero di cellulare, riesce a farsi offrire la cena. Raggiunto lo scopo, ci affrettiamo a lasciare il luogo del misfatto.

Cammina spavalda verso casa, si specchia sicura nelle vetrine. È lei la padrona. Fino a ieri il mio camminare si esplicava a testa bassa, rasente i muri, come a chiedere scusa al mondo. Sale le scale evitando l’ascensore. — Questi chiletti in più vanno buttati, eh carina. Non esiste avere ’ste gambe flosce a quarant’anni! D’istinto mi viene di replicare: — Guarda che è per via del lavoro sedentario. Otto ore alla scrivania. Vorrei vedere te! Devo aver usato un tono sbagliato poiché, come risposta, mi arriva un manrovescio sulla bocca. Immediatamente sento il sapore dolciastro del sangue che cola dal labbro. Ha ragione, mi sono lasciata andare, ma poteva esprimersi diversamente. Non le rispondo, sperando che non mi legga nel pensiero. Nel dubbio, cerco di pensare a cose neutre, senza peso.

In casa apre il frigo, mi guarda schifata e butta nella pattumiera metà della roba. Si stende sul letto, si rigira nervosa. Mi concede brontolando venti gocce di Lexotan e poi scivoliamo in un sonno profondo.

L’indomani mi sveglia un breve trillo: il campanello di casa. Sono appena le cinque. Lei dorme immobile, occupando tre quarti del letto. Vado ad aprire. Rimango a bocca aperta. Quella che mi trovo davanti è lei, l’altra me, quella che credevo morta. — Dai fammi entrare, fa freddo qui fuori. Cerca di spingere la porta. Spero sia venuta per una visita di cortesia, che appartenga già a un altro corpo. Invece attacca a parlare di come l'altra notte abbia ricevuto una pedata e si sia risvegliata per strada. — Una cosa da non credere. Io sul marciapiede, capisci? E la cosa assurda è che mi sono trovata a Ginsano, a trenta chilometri da qui! — E dovevo spedirti all’inferno, altro che a Ginsano! Dalla camera sbuca la nuova. Indossa una vestaglietta maculata corta; sul viso ha tracce vistose di mascara della sera prima. È sveglia e pronta all’attacco.

La vecchia me rimane spiazzata, la fissa, poi sbotta contro di me: — E lei chi è? Da dove salta fuori? Mi spiegherai, spero!

Interviene la novellina agguerrita: — Lascia perdere ’sta disgraziata che t’ha sopportata pure troppo. Vediamocela tra di noi.

Io, la disgraziata, faccio un passo indietro. Entrambe aspettano che mi decida su chi tenere. E io non lo so. Resto muta. Mi siedo sulla poltrona, chiudo gli occhi e mi fingo morta, come un rospo sul marciapiede. Ma le due cominciano a strattonarmi, una a destra e una a sinistra. Mi lascio sballottare per un po’, poi, approfittando di un momento di stanca, fuggo dalla porta, volo giù dalle scale e le lascio a battibeccare.

È appena l’alba. Mi siedo sul ciglio della strada, davanti al condominio. Tutte le luci del quartiere sono spente, eccetto quella di casa mia. Dietro le tende si intravvedono le loro ombre che discutono in modo violento.

A un centinaio di metri in linea d’aria, oltre il silenzio della strada, sento la voce disperata della mia vicina, la Carmen. Una volpe, stanotte, ha fatto razzia nel suo pollaio. — Maledetta, me le ha ammazzate tutte e nove! Le ammazza e non ne fa nulla, me le lascia qui!

Le parole mi arrivano nitide. La volpe azzanna a morte le galline e non le mangia. Non c’è una ragione razionale. Forse si diverte, fiuta la loro paura. O forse ne ha pena e vuole liberarle da quell'esistenza chiusa nel pollaio.

Abbasso lo sguardo sui miei piedi. Accanto al marciapiede c'è un grosso sasso da pavimentazione, smosso dal gelo. Lo raccolgo. Sento il suo peso freddo nel palmo della mano.

Mi alzo e ritorno verso il mio appartamento. Mentre mi avvicino alla porta, sento che le grida stanno continuando. È arrivato il momento di mettermi in mezzo, di far sentire la mia di voce.

Apro la porta. Sono ancora nello stesso punto; si stanno affrontando così duramente che non si accorgono del mio rientro. Tiro fuori il sasso dalla tasca.

Un minuto dopo le due me sono a terra, immobili e mute. È stato facile, credo che non abbiano nemmeno sofferto, perché entrambe hanno un’espressione neutra stampata in faccia. Il colpo che ho inferto prima alla vecchia e poi alla nuova non si vede neppure, solo un rivolo rosso scende sul loro collo, pende come una cordicella colorata. 

Apro la finestra e grido in direzione del pollaio, sperando che la mia voce sia forte e limpida come quella della contadina: — Signora Carmen, mi sente? La volpe! È passata di qui, è stata anche da me!

È proprio vero. Non c’è modo di entrare nella testa della volpe.

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