Uno sguardo di troppo

Un incontro forzato

Uno sparo nel buio

Una giusta condanna

 

Gabriel do Santos anni 25 brasiliano, bianco, capelli biondi, pelle ambrata e corpo da efebo. Gesti gentili, ma occhi freddi e determinati. Ora era in piedi reggendo sulle mani il kit di vestiario che l’Istituto fornisce ai nuovi ospiti. La casacca a strisce verticali grigio e nere porta il numero 178. Quello sarebbe stato il suo nuovo nome. Venti saranno gli anni che dovrà vivere lontano dal mondo in compagnia di qualcuno che ancora non conosce. Spinto dal manganello del sorvegliante cammina in avanti fino a quando non gli viene intimato l’alt. La sua stanza è lì alla sua destra. Entra e, dopo una rapida occhiata, realizza l’ambiente. Tre brande su tre lati e un finestrino in alto dove s’intravede della luce. In un angolo c’è una tenda che nasconde qualcosa di maleodorante. Due dei letti sono occupati da due individui che lo scrutano in silenzio. Sono in canottiera e pieni di tatuaggi  due veri energumeni. Un colombiano che è dentro per spaccio e omicidio, l’altro un brasiliano di colore dentro per una strage familiare. Gabriel deposita la sua roba sul letto poi si siede. Non ha più forze, ha mantenuto una certa dignità di comportamento non volendo dare adito a commenti o insulti, ora però cede e si lascia andare. Inizia così la sua nuova vita. Guarda i due compagni con apprensione. 

Vorrebbe rompere quell’aura di silenzio che grava pesante nella camera, ma non sa come affrontarli. Conosce i soggetti anche perché  è dentro per aver ucciso uno simile a loro. Decide di evitare discorsi inutili, c’è poco da dire la situazione è quella che è, senza alternative.

«Buongiorno, volevo chiedere se, per questa roba che mi hanno dato, abbiamo qualcosa per conservarla, un armadietto o qualcosa di simile. Io non sono mai stato in posti come questi, non conosco le procedure. Sono Gabriel e devo restare qui venti anni. Non reclamo la mia innocenza, ho fatto fuori una persona che aveva esagerato nei miei confronti, sono colpevole».

I due si guardarono ammiccando, poi sottovoce:

«finalmente è arrivata un po’ di carne fresca».

«Tranquillo ragazzo, con noi ti troverai bene, anche noi resteremo a lungo in questo posto, faremo amicizia vero?».

Le ultime parole sono pronunciate con sguardi poco rassicuranti, per i due Gabriel rappresentava un diversivo non da poco. Il ragazzo sapeva che doveva affrontare ancora una volta una prova difficile, quel suo corpo sottile e levigato, come quello di una fanciulla, gli aveva già procurato noie e infiniti dispiaceri.

Difficile vivere in un mondo materialista e arido di sentimenti per uno come lui. Non replicò e si sdraiò sul letto. Riandava col pensiero a cosa aveva lasciato fuori da quel cancello, un mondo che poteva essere interessante da vivere se solo lo avessero lasciato in pace, non chiedeva niente a nessuno, voleva solo vivere la sua gioventù.

Stare rinchiuso, forse, poteva avere anche un lato positivo. Lo teneva isolato dalle brutture del mondo di fuori, purtroppo, aveva trovato   la stessa identica situazione anche all’interno. Contro il destino era inutile insistere, questo era quello destinato a lui, poteva solo subirlo o cercare di ribellarsi. Il prezzo da pagare sarebbe stato alto in ogni modo. Chiuse gli occhi per un momento e si lasciò trascinare da una visione che lo vedeva libero inseguire farfalle colorate, il cielo azzurro e il rumore del mare riempire i suoi sensi. 

Si risvegliò con un senso di impotenza, gli sembrò di essere legato e non potersi muovere. In effetti il colombiano lo tratteneva in una stretta morsa impedendogli di muoversi mentre l’altro ne approfittava, poi, ci fu un cambio. I due invertirono i ruoli e dopo un tempo che sembrò infinito lo lasciarono sul lettino come uno strofinaccio usato. Gabriel non pianse, né si dimenò, né pronunciò parola. Rimase immobile, rannicchiato sulla branda fino a notte inoltrata.

Il mattino successivo, quando le guardie vennero per portarli alla colazione, trovarono i corpi dei due immersi in un lago di sangue e Gabriel sul suo letto dava l’impressione che dormisse. Era rigido e, uno strano sorriso gli segnava il volto. Aveva trovato la pace che cercava. Ancora non aveva indossato la divisa del carcere, nelle pieghe del pantalone aveva cucito tre piccole pillole. Dopo aver tagliato la gola ai due compagni di cella con la forchetta in dotazione, semplicemente infilzandola nella trachea, le aveva prese, cosciente che non aveva altra via di fuga, vent'anni erano troppi.

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