«…Adesso e nell'ora della nostra morte…».

Si era svegliato così, quella mattina.
L’ultima riga dell’Ave Maria gli risuonava nella testa come un tarlo, ritmica e aliena, accompagnata da una fitta alla tempia sinistra che non accennava a mollare la presa.
Anche sotto il getto caldo della doccia, mentre il vapore appannava la cabina di vetro, continuava a sentire quel frammento di preghiera scorrergli dentro: un sussurro ininterrotto che sembrava provenire da lontano.

Da ateo convinto e uomo d’affari pragmatico, liquidò quella bizzarria come un semplice scherzo dello stress. Massaggiò la tempia, sperando di sciogliere la tensione; poi un caffè, insieme a un forte antidolorifico, mentre il Rolex al polso sinistro brillava come un sigillo di potere.

Uscì di casa.
Il suo attico dominava la città: un ventaglio di vetrate, vista sui tetti storici e, oltre ancora, paesaggi incontaminati nei quali non si era mai avventurato e che esistevano solo per certificare il valore dell’immobile.

L’appuntamento cruciale — un pranzo di lavoro con i nuovi investitori — era fissato per le 13.30. 
La mattinata scivolò via con la solita impeccabile precisione : una sequenza serrata di telefonate, scadenze da verificare e appuntamenti da incastrare in agenda.

Il mal di testa, però, invece di svanire, si era trasformato in un battito localizzato e violento.

Prima di entrare al ristorante fu costretto a prendere un secondo farmaco, sperando che bastasse per traghettarlo fino a sera.

Seduto al tavolo, mentre osservava i suoi ospiti muovere le mani e discutere di percentuali, avvertì una strana dissociazione: la conversazione si allontanò come se qualcuno ne avesse abbassato il volume: le parole non gli arrivavano più intere, solo frammenti, sillabe spezzate.

La vista si fece granulosa e opaca.
I volti davanti a lui perdevano definizione, mentre il suo campo visivo si restringeva in un tunnel pulsante. Cercò di fissare un dettaglio — il nodo della cravatta dell’uomo di fronte — ma gli scivolò via, come se la realtà non avesse più alcun senso. Un lampo bianco gli attraversò la mente: un bagliore, un filo che cede; il cuore gli diede un colpo secco e, per un istante, ebbe la sensazione di essere seduto fuori dal proprio corpo.

Provò a parlare: la bocca si aprì, senza emettere suono, la lingua era pesante, estranea. Il vociare del ristorante si trasformò in un ronzio uniforme: un’unica frequenza che sembrava provenire dall’interno della sua testa.

Il bordo del tavolo si allontanò, o forse era lui a scivolare via, senza muoversi.
Una macchia di sangue gli oscurò la vista.

Bip. Bip. Bip.
Cercò di aprire gli occhi.

Niente.
Provò a parlare.
Niente.
Un tubo di plastica rigida gli occupava la trachea, mozzando ogni tentativo di respiro autonomo e pompando aria nei polmoni con un soffio meccanico. Intorno a lui il fruscio leggero dei camici in movimento e lo scalpiccio di passi svelti sul pavimento.

Due voci familiari si fecero vicine, fermandosi ai piedi del letto.

«I medici dicono che l’emorragia cerebrale era estremamente estesa, adesso e' in coma profondo», sentenziò la voce bassa e controllata del socio in affari.

«E per l’azienda come ci muoviamo?» intervenne la sua assistente. Il tono della voce, privo di qualsiasi incrinatura emotiva, era di una freddezza burocratica spaventosa. 

«Le scadenze di fine mese sono bloccate senza la sua firma digitale. Dobbiamo convocare immediatamente un Consiglio d'Amministrazione per informare i soci e prendere provvedimenti ».

Sono qui! avrebbe voluto urlare con tutte le sue forze.

Sono vivo, perdio, guardatemi! Pensate davvero solo al denaro?

Ma nessun suono uscì dalle sue labbra immobili. Poco dopo, un’infermiera depositò un medicinale sul comodino di metallo accanto al letto e un tintinnio familiare gli trafisse la mente. Il suo Rolex: quell’oggetto che guardava ossessivamente per misurare il valore del proprio successo, ora giaceva, abbandonato e quasi inutile. Le lancette continuavano a girare, ma scandivano un tempo che non gli apparteneva più. 

I passi dei due visitatori si allontanarono in fretta, lasciandolo solo con il suono monotono del monitor cardiaco. 

In quel vuoto assoluto, privo di stimoli esterni, la mente iniziò a girare a vuoto come un motore impazzito.

 

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