I due agenti mi guardarono con chiaro risentimento, ma probabilmente avevano intuito quale terribile paura avessi provato, così evitarono di farmi la tipica ramanzina che meritavo per averli disturbati inutilmente. 

D'altronde, pensavo, le tasse le pago anch’io e ho il diritto di chiedere il servizio delle forze dell'ordine, se ho la sensazione che un intruso sia alla mia porta. Ma non avevo certo il coraggio di dir loro tutto questo. 

«Signora, anzi, signorina. Abbiamo guardato in ogni angolo dell’androne e lungo le scale, ma non c’è nessuno», spiegò l’agente che avevo di fronte, e quello alle sue spalle incalzò: «Poi abbiamo parlato con tutti i suoi vicini, ma nessuno ha avuto nemmeno lontanamente la sensazione che qualcuno si sia infiltrato nel palazzo. In tutto, ben due ore di ricerche inutili.» 

Le ultime parole erano state pronunciate con tono di notevole risentimento. 

«Scusatemi, io...» non mi fecero nemmeno finire di parlare.

«Guardi, segua il consiglio di Golia: lo stress fa spesso brutti scherzi. Si possono sentire anche voci e rumori inesistenti. Cerchi di stare calma. Le assicuriamo che non c’è nessun pericolo e gli altri inquilini ci hanno detto che non usciranno stasera, quindi la porta rimarrà chiusa.»

Mi sentivo una stupida, anzi una visionaria. 

Rimasta sola, mi abbandonai sul divano. Pensavo che avrei potuto rimanere lì per intere giornate, fino a quando lo stress se ne fosse andato. Probabilmente gli agenti avevano ragione: tutta questa storia mi aveva dato talmente sui nervi da creare una condizione davvero insostenibile. 

Peccato che alle sei di mattina avrei dovuto alzarmi per tornare all’ospedale. Mi ripromisi di impiegare bene le ore che avevo a disposizione per riposare in modo soddisfacente. 

Ma i miei buoni propositi furono interrotti da quel terribile ansimare, che adesso sentivo distintamente nel mio soggiorno. Proveniva dall’ingresso della stanza, poi dopo alcuni minuti si diffuse in ogni direzione. Lo avvertivo dalle finestre, come se qualcuno si stesse nascondendo sotto le tende, ancora vicino alla porta, che si trovava alle mie spalle, e ai lati della credenza, appena visibile nella scarsa illuminazione dell’abat-jour. 

Avrei potuto gettarmi di scatto sull’interruttore del lampadario per illuminare a giorno la stanza, ma non ne avevo il coraggio, come non avevo il coraggio di chiedere aiuto usando il cellulare. Temevo di provocare una reazione violenta, specialmente adesso che capivo di aver involontariamente fatto entrare nella mia casa più di un intruso, forse tre o addirittura quattro. Dal loro ansimare non riuscivo a capirlo. 

Probabilmente il mio inseguitore non era mai stato solo nel suo darmi la caccia.

Ormai ero paralizzata dal terrore. Restavo seduta sul divano, cosciente che stavo solo aspettando il terribile svolgersi degli eventi. 

Dalle direzioni da cui prima provenivano i respiri profondi e angoscianti, sentivo pronunciare il mio nome. 

«Sammy, Sammy… Samantha, Samantha, perché, perché?»

«Perché cosa? Non so chi siate, lasciatemi stare! Per pietà lasciatemi stare, non voglio morire.»

«Perché lo hai fatto Sammy, perché?»

«Io non vi ho fatto niente, vi scongiuro andate via, andate via. BASTA!»

Gridai con tutta la disperazione che avevo nell’animo, fino a scoppiare in un pianto con singhiozzi profondi e a tratti soffocati. Non sentivo più le loro voci: pensai che il silenzio fosse l’ultimo momento dell’attesa; a breve si sarebbero mostrati per uccidermi. 

Non avevo il coraggio di guardarli in faccia, così chiusi gli occhi. Le lacrime copiose continuavano a uscire. Tutto il mio corpo tremava senza sosta. 

Fu allora che un’intensa luce dalla sfumatura azzurrognola illuminò il soggiorno. Sicuramente non poteva provenire dall’esterno. Mi feci coraggio: sollevai le palpebre e li vidi. 

Erano dei bambini: bambini bellissimi, dai capelli biondi, gli occhi celesti e una veste lunga di un bianco quasi abbagliante. Ridevano mentre volteggiavano per la stanza, ruotando intorno al mio divano. La loro era una gioia, che, lo si capiva bene, solo la vittoria sul dolore può dare. 

Uno si fermò sopra di me: non potevo aver paura di lui, tanto era bello e ricco di luce. Scese fino a sedersi accanto a me. La sua voce era quella di un uomo, come se in lui, dopo la morte, fosse avvenuta quella crescita che avrebbe dovuto manifestarsi se la vita fosse continuata. Ecco perché ero stata ingannata.

«Ti sei offesa per il nostro scherzo? Non devi aver paura di noi. Sai, tu ci conosci molto bene.»

«Ti stai sbagliando, io non vi ho mai visti prima d'ora.»

«E invece sì: ti dico che ci conosci bene, solo che il nostro aspetto è talmente cambiato che non puoi riconoscerci.»

Fu allora che capii. Si trattava del primo incarico che mi era stato assegnato, appena concluso il corso di laurea in infermieristica, quando avevo assistito quei poveri bambini gravemente deformati da una malattia genetica. 

In un primo momento, come potrebbe accadere a ogni persona, avevo provato orrore per il loro aspetto, poi mi abituai alla loro vista; ricordo che provai addirittura dispiacere quando fui trasferita. 

«Perché non sei rimasta con noi? Sai, non avevamo ancora molto da vivere.»

«Non è dipeso da me, non sono io che decido le destinazioni del personale.»

«Noi non ti abbiamo mai dimenticata. Tu ci hai amato nella nostra breve vita. Facevamo orrore a tutti, anche ai nostri genitori, ma tu hai saputo guardare oltre il nostro terribile aspetto. 

Eri cosi buona e dolce: non ci hai mai negato un bacio sulla fronte. Adesso ti mostriamo il nostro vero aspetto e vogliamo continuare a stare solo con te come angeli. Non ti preoccupare, non ti ostacoleremo. Ma come tutti gli spiriti, vogliamo stare solo con chi abbiamo amato.»

Non ero mai stata tanto felice. Mi distesi serena sul divano e lasciai che la luce dei miei bambini mi inebriasse.     

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