Vede avvocato, non riesco a provare tenerezza per mio figlio, sono svuotata d’ogni sentimento. L’unica cosa che davvero vorrei è tornare a casa. Se mi permettessero di rientrare, metterei tutto a posto, laverei via quelle macchie. Ho lasciato troppe cose a metà, ci sono ancora le camicie di Francesco da stirare, i pantaloni da portare in tintoria. Mi serve qualcosa di lui da toccare, da annusare.

Tiro fuori di tasca una sua foto e la liscio. È più giovane, più magro, con più capelli, sorride a me che lo inquadro. Forse quando gli hanno fatto l’autopsia mi ha chiamato, forse ha avuto paura. Mi passo la foto sulla guancia ed è fredda.

Perché cazzo non si può piangere un morto da soli? I morti vanno piombati nelle casse, archiviati in fretta, perché la vita continui, perché si torni al lavoro, a scuola, allo stadio.

Sa, al funerale, la gente passava, posava fiori ai piedi della bara, mi stringeva le mani: «Coraggio, Chiara, vedrai che chi ha fatto questo pagherà.» Ma non mi guardavano negli occhi. Qualcuno mi baciava, lasciandomi una scia di saliva sulla guancia che mi pulivo subito, di nascosto, col dorso della mano.

Mia madre parlava con la gente. «Abbiamo preso l’avvocato migliore, questa non mi doveva capitare, non ce la faccio alla mia età.» Mia madre mette sempre se stessa al centro, come se Francesco fosse morto per dare un dispiacere a lei, come se il dolore non fosse mio ma suo.

Io fissavo Francesco, le palpebre semiaperte, le guance incavate, la barba che continuava a crescere anche nella bara. Cosa aveva a che fare col ragazzo che mi mandava mazzi di rose per farsi perdonare, che mi lasciava bigliettini teneri in giro per casa?

Ma sarà vero che i morti sono in pace?

Gli parlavo. Sai France, dicevo, sono stata da lei, al suo negozio. Ha detto che mi volevi lasciare. Non le ho creduto.

Sì, lei, proprio lei, appoggiata al bancone, indaffarata con i saldi di fine stagione, ha stirato le labbra gonfie, ha strinto gli occhi truccati, ha detto che non eri felice con me.

Dicono che il bambino ha bisogno di sentire il mio affetto, ma che non devo attaccarmici troppo perché me lo toglieranno. Vorrei che fosse ancora dentro di me.

Ho letto articoli su bambini cresciuti in prigione, che chiamano casa la cella, che hanno terrore del mondo di là dalle sbarre, che vengono strappati alle madri in una data ora e in un dato giorno stabiliti dalla legge. Bambini insicuri, traumatizzati, segnati per tutta la vita. Risparmierò questo a mio figlio, lo lascerò andare. Non gli darò nemmeno un nome.

Francesco ed io ci siamo amati, cosa crede, avvocato, i ricordi belli sono tutti lì, se non ne fossi convinta, impazzirei.

Ora vorrei trovarmi al suo posto, senza più pensieri sotto la terra fresca, solo l’odore d’acqua ferma nei vasi e, tutt’intorno, i morti immemori, senza ricordi, senza speranze inutili.

Ma, in fin dei conti, si tratta solo di mettere un piede di fronte all’altro, nello spazio ristretto di questa cella, far passare il tempo. Ho persino il lusso di poter piangere da sola, quando le altre sono fuori per l’ora d’aria. Piango solo un poco, piango di nascosto e poi vado avanti. Mi piego ma non mi spezzo avvocato, tanto, lo sa anche lei, ormai non c’è più niente da spezzare.

Sento le donne che gridano, che si disperano. Io non grido mai, sto sempre zitta, ascolto le voci nella mia testa. “Francesco, Francesco, Francesco”.

Francesco dovrebbe essere anche il nome di mio figlio, ma mi mordo le labbra per non dirlo a voce alta, per non chiamare un bimbo che non mi appartiene, che un’altra alleverà.

Di là da queste sbarre sento il fischio delle rondini che si abbassano per rincorrere i moscerini. Sono sola, in balia di me stessa. È un dato di fatto, avvocato, non c’è niente di male. Nessun dolore, anzi, quasi un senso di trionfo.

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