L’odore è quello del bagno di un autogrill, se aggiungiamo la muffa sul soffitto e la puzza di sudore, eccoti bella e buona la notte nella metro. Una corrente d’aria passa per tutto il sottopassaggio che sto facendo di corsa. Sulle pareti numeri telefonici scritti con pennarelli o rossetti promettono la passione che ti fa bruciare le viscere. Uno me lo sono segnato a mente, magari dopo provo a chiamarlo. Nessun rumore trascinato di vagoni che intersecano l’aria, forse sono in tempo. A farmi l’ultima rampa impiego lo starnuto che emetto non appena varco l’ingresso della fermata. Se esiste un momento peggiore in cui aspettare la metro, quello è toccato a me. La cazzo di fortuna ciclica. Di schiena, appoggiata su un cartellone pubblicitario una donna con una gonna a fiori e un maglione di un colore che ricorda quello di una pesca marcia, in mano un guinzaglio a cui è legato un pastore tedesco. Sul dorso della mano che tiene il guinzaglio vi sono parecchi tagli, alcuni più chiari, recenti, altri risalenti a certe date ormai passate da un pezzo. Le cammino davanti, tutti e due puntano fissi le mattonelle. Una sferzata partorita dal gelo mi carezza le guance, stringo le spalle e un po’ il culo. Tiro dritto. Su un’insensata panca di legno sosta a occhio e croce un impiegato, lo riconosco dalla ventiquattrore in pelle, ne hanno tutti una uguale quelli con l’ambizione ai piani alti. La cravatta violacea, vestito nero, scarpe nere tirate a lucido, senza dubbio è stato il suo primo giorno e guarda tu dove gli tocca passare i primi cinque minuti fuori da quell’ufficio dove, se dio vuole, lo hanno trattato come niente; gli fosse toccata la maratona del prendere il caffè per tutti, sarebbero cazzi nostri se restassimo qua dentro stanotte. In fondo alla galleria in un triangolo di mattonelle, seduti a terra, un paio di tossici preparano meditabondi la sostanza, la stagnola intorno a loro sembra quasi mettere sacralità al rituale. Dalla loro zona proviene incessante un tanfo di urina e stagnola bruciacchiata, disincantati e disperati alla ricerca del senso sporadico che ha la vita nelle loro magliette bucate, nel perdere la concezione del giorno e della notte, le scarpe sfondate dai chilometri, sono una merda d’arredamento ‘sti qua. Con un ultimo sforzo raggiungo pure io un posto su un’insensata panca di legno, stendo le gambe nonostante non abbia nessun sintomo di crampi, prendo la pezzetta per gli occhiali da vista e li inizio a pulire. Da quando li porto ho notato come senza appaia tutto più sbiadito, grazie al cazzo, direbbero in molti, io però dico lo sbiadito in cui ci stai bene, che a non vedere le cose come stanno ogni tanto ci si salva tuffandosi nell’inganno verso se stessi. La donna con il pastore tedesco avanza un paio di passi, il cane davanti, lei dietro un passo a sinistra lo segue. Solo ora intuisco la cecità della donna. Riguardo i tossici e le loro gesta tutte un fallire, si occludono le arterie riducendosi alla spugnetta con cui lavi i piatti, portando le idee a farsi cianotiche in men che non si dica: “Stai calmo, coglione” dice uno dei due all’altro mentre con il palmo gli dà una botta in fronte. L’altro, si distende a terra braccia larghe e gambe divaricate. Un angelo con le ali di stagnola. Sul tabellone i minuti che mancano sono diventati undici. Prendo lo zaino da terra, ne faccio uscire, non in quest’ordine: tabacco, filtri, cartine. Apro la bustina del tabacco non del tutto secco, faccio di indice e pollice una pinza con cui piglio un paio di manciate che poso sulla cartina; lo distendo su tutta la superficie. Lo scroscio della carta sulle dita fa voltare gli esserini con il viso ossuto verso la posa d’artigiano attento che ho assunto, allungano il collo venato aspettando non so quale mossa da parte mia. Sono così sballati al punto di trascinare il culo sul bordo del camminamento, gambe penzolanti, ritmate da mugugni. Sull’altra panca, invece, il lavoratore col sudore diffuso sotto le ascelle e le offese del capo che a tono deciso, manco un dittatore del Sudamerica, lo hanno portato all’imprecazione in bagno nella pausa pranzo, si condanna definitivamente alla conclusione che quel lavoro sarà pure una merda, ma l’affitto lo dovrà pur pagare. Nell’attesa cerco di ricordarmi il numero che avevo intravisto sul muro, prendo il telefono, compongo qualche cifra, chiamo, una voce metallica mi fa intendere l’inesistenza del numero. Butto la sigaretta sui binari, corro col pensiero al di là di quello che sta realmente accadendo, mi proietto sulla tenue speranza che tra poco sarò diretto a casa sua. Ripenso alla statistica su chi si suicida buttandosi sui binari; uno su sei. Allora, senza far andare il cervello per i cazzi laterali, qui i casi sono due: o il sesto non s’è presentato, metti la sveglia non è suonata, o è suonata ma lui non l’ha sentita o si è preso una bici per non incappare in situazioni come questa; oppure da qui a undici minuti scarsi uno di noi si fracasserà contro la metropolitana. A dirla tutta, se tengo un altro po’ un’ansia così finisce che mi ci schianto io contro la metropolitana. Uno dei tossici si mette a sboccare, di brutto, l’altro manco si gira a guardarlo, continua imperturbabile a fissare un punto a casaccio in aria. Il cane si irrigidisce per qualche istante, la donna stringe la presa sul guinzaglio, àncora il corpo al suo unico punto di salvezza in mezzo a ‘sta fauna pronta a scannarsi per la sopravvivenza. Non porta gli occhiali da sole e pure se non riesco a intuirle il viso da qui lo vedo limpido il bianco opaco che s’è fatto velo sulle pupille. Mi alzo, parto per ricontrollare il tabellone; sei minuti. Chi attesta un certo fascino all’attesa non ha mai dovuto aspettare un minuto in più in vita sua, sicuro come la seconda dose che si stanno attrezzando quei due col cuore maciullato. Di nuovo, il cane si irrigidisce, la donna tentenna, lui non si sfalda minimamente. Quello che mi affascina di certe specie animali è come davanti ad una paura studino un modo per sovrastarla. Noi no. Lasciamo che la paura ci spacchi il plesso solare. Lasciamo spazio ai timori di farci venire gli attacchi di panico, di farci vomitare acqua gialla, di farci assaggiare la consistenza del nostro stesso sangue. La donna flette le ginocchia, lo accarezza sotto la pancia. L’impiegatuccio s’è incentrato sullo schermo del pc, per colmare la distanza con qualcuno magari. Dalle zone del plastico benessere arriva un pezzo di stagnola che mi urta la scarpa, il bagliore fittizio che la ricopre sa di marcio più di quello che contiene. Da un angolo rialzato vedo un pezzo di qualcos’altro, altra carta, abbasso corpo e braccio per capire con cosa ho a che fare. Tolgo dall’incastro della stagnola un foglietto, lo dispiego, lo hanno scritto al computer col carattere della macchina da scrivere “Non iniettatelo in qualche vena assieme alla roba dentro. Volevamo solo farvi sapere che stiamo lavorando per voi”. Lo ripiego, prendo il portafogli, lo immergo tra gli scontrini. Schiodo dalla panca, stavolta ci siamo: due minuti. Nel frattempo il cane sporge dal camminamento, annusa il bordo, punta il muso verso il buio da cui si spera che tra poco, intravedremo luce. Le mando un messaggio dicendole che non farò tardi. Per tutta la galleria, dalla bocca coi denti consumati di uno dei tossici, parte un lamento che squarcia un silenzio da chiesa. Scuoto lo sguardo, a malapena riesco a vedere la gonna a fiori sospesa in aria; somiglia ad un paracadute. L’animale, pancia all’aria sui binari cerca attenzioni dalla padrona. Lei, braccia strette intorno al petto piange per il dolore causatole dalla caduta. Le mando un altro messaggio dicendole che farò tardi. Le scrivo di prendere qualcosa al sushi sotto casa sua. Le scrivo che ho voglia di farlo con lei.  

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