Sette sulle mani.

Quattro sul viso.

Due sull’orecchio.

 

In ore pacifiche

con giorni bui

e piangenti

elevata pace

nell’atto

di comunione

con quel che io

e lui amiamo:

preghiera, poesia

e libertà.

Immobili, silenziosi

senza tenere nulla.

Spazi e affreschi

di antica geometria

con tessuti umidi

ecco, qui, regnano

i piccoli e letali

pungiglioni.

Concentrarsi

sulla calma

è bello,

eleva animo mio

in ciel dorato

e stellato.

Sospeso

in dimensione

assai celeste

senza pensare a

niente,

mentre

le piccole bestie

aspirano il bene

e i portatori

di ossigeno.

Ma nulla

prude,

niente morde

niente attanaglia,

si sta bene

si ride, si scherza,

si ama, si pensa

all’armonia.

Natura,

in questi pochi

e leggere istanti,

sei stata l’opposto.

Indietro uccidevi,

avanti spaventavi,

a metà equilibravi.

La pace

nel mondo carnale

dura quanto

un briciolo di pane.

Corpo stanco

e sognante,

seduto sul sedile,

durante

il viaggio

di ritorno.

Tornati qui,

dove il caos

brucia gli uomini

e picchia le donne.

Io, uomo,

giovane alla luce

e vecchio nell’ombra

sento la lava

nelle mie pallide

e fredde mani.

Prude, prude

diamine

e i rumori

della città

lo peggiorano.

Nel monumento

barocco trovare

la pace significa

scavare un fossile

primitivo.

E futile essere.

E doloroso

rappresentare.

Mi manchi

collina

silenziosa,

forma tua,

aria tua

respirabile

da sottolineare.

 

Le gonfie

mongolfiere

presenti

ancora.

 

Assisi,

città della pace,

è questo

il tuo vero nome.

I giorni bui

di lì

sono scuri e

piangono.

Mai lume,

solo nero.

In giorni

caldi…

però... 

più dolore,

i pungiglioni

attaccano meglio

ed esce un corpo

strappato e

ferite di sangue.

Con le foglie

autunnali

in quella grotta

tutta bagnata

la pace trionfa

e il corpo scorre

libero.

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