Aveva un senso innato per la leggerezza. Eppure sembrava burbero, incazzoso, imprevedibile. Diceva che le persone danno il meglio quando improvvisano.

Ricordo infiniti episodi riguardanti gli scherzi che faceva agli amici senza curarsi degli effetti che a volte producevano.

Aveva il medesimo approccio con quelli che chiamava i fastidi della vita.

Era un buon gustaio, di quelli che a tavola assaggiano tutto. Col naso e con gli occhi prima di appagare le mani e la bocca. Era felice a tavola e regalava allegria a chi sedeva con lui.

Alla sua età avrebbe dovuto fare attenzione, ma non si curava delle conseguenze dei suoi eccessi.

Fu quel piacere goloso che lo portò a sparire. Era uscito verso le cinque, come tutte le sere, in bicicletta. La moglie sapeva che sarebbe andato al bar per poi tornare all'ora di cena. Non tornò. Le ricerche non portarono a nulla. I carabinieri confermarono che era stato al bar fino alle sette e mezza e che salutò la compagnia dicendo che andava a cena.

Dopo quattro giorni mi trovai per caso a passare davanti alla Villa Maria, una piccola clinica privata non lontana da casa nostra. Vidi la sua bicicletta legata a un lampione. All'ingresso mi confermarono che era lì, ricoverato da tre giorni. Stava bene. Lo vidi scherzare col suo vicino di letto.

Rimase sorpreso per la mia agitazione. Mi raccontò che era stato a mangiare dal "Lurido", che si era sbafato tutto quello di cui è goloso. Sapeva benissimo che sarebbe stato male così, finito il pasto, aveva preso la bici e si era diretto alla clinica per ricoverarsi. Aveva voluto evitare a sua moglie il fastidio di chiamare un'ambulanza.

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