Il giorno dopo decido di distrarmi. Prima cammino nel parco, respiro aria fresca, guardo gli alberi. Poi faccio la spesa al supermercato, comprando cose che non mi servono. La sera, per esagerare, entro in un cinema. Non ci vado da vent’anni. Esco due ore dopo senza sapere che film ho visto. Forse ridevano, forse si sparavano, non me lo ricordo. Nella mia testa ormai c’è solo un chiodo fisso.

Rientro a casa di corsa, prendo il cannocchiale e la sedia pieghevole e salgo subito sul terrazzo. Non perdo tempo a guardare altre finestre: punto dritto a quella che mi interessa. La scena è la stessa della sera prima: tutti e tre immobili. Ma è incredibile. Ma che stanno così da ieri sera? Qualcosa dovrà pur succedere, maledizione.

E in effetti qualcosa succede davvero. Il bambino, piano piano, gira la testa, e guarda fisso verso di me. Il respiro mi si blocca in gola. Non distolgo lo sguardo. Occhi piccoli, neri, puntati verso di me come dardi. 

– Maledetto moccioso, non puoi mica vedermi. Sono troppo lontano, sono al buio, e tu sei in piena luce. 

Ma lui continua a fissarmi. Chiudo il cannocchiale di scatto. La sigaretta cade a terra. Scendo le scale quasi correndo e mi chiudo in casa a tre mandate.

Mi metto sul letto a fissare il soffitto. Quell’orribile bambino mi ha visto. Ma no... ma che dico. Non è possibile. Ho le allucinazioni. Forse sto diventando pazzo. In ogni caso non salirò più.

Un’altra bugia... so benissimo che salirò.

Infatti la sera dopo salgo come un tossico in astinenza. Ho puntato il cannocchiale su quella finestra prima ancora di sedermi. Stessa scena. Le tre mummie in piena luce.

Questa volta non devo nemmeno aspettare: il bambino gira la testa di scatto, come se avesse avvertito all’istante la mia presenza, e mi fissa. Non faccio in tempo a pensare a nulla, perché subito alza un braccio, tende un dito, lo punta nella mia direzione con un gesto lento, sicuro, come se stesse indicando proprio me. E in quello stesso istante i genitori ruotano la testa insieme, come burattini mossi da un unico filo, e ora sono tre paia d’occhi che mi squadrano.

– Ma che ca...

Il cuore mi dà un calcio nel petto. Il sangue mi si gela nelle vene. Il vecchio Zeiss scivola quasi via. Lo chiudo di scatto, lo butto nella sacca senza badare ai graffi. Faccio un passo indietro e rovescio la sedia.

Mi precipito giù per le scale, inciampo, mi aggrappo al corrimano. Le gambe sono di gelatina ma non mi fermo. Corro finché non sono chiuso dentro casa, con la porta sbattuta alle spalle e il fiato che mi esplode nei polmoni.

Passo la notte senza chiudere occhio. Tengo la luce accesa, gli occhi spalancati puntati sul soffitto, mentre nella testa rivedo quel dito puntato e quelle tre facce lugubri che mi osservano. Provo a ragionare. Forse ero stanco. Forse la fantasia ha esagerato. Magari mi sono lasciato suggestionare.

Me lo ripeto tutta la notte. Alla fine decido che dev’essere andata così: ho visto quello che volevo vedere. O quello che temevo di vedere.

Ma c’è una cosa che non mi lascia in pace. Se davvero quelle persone mi hanno visto, se hanno capito che stavo spiando, allora la cosa potrebbe finire male. Magari chiamano la polizia. O magari qualcuno sale qui e mi rompe le ossa, tanto per darmi una lezione.

Prendo una decisione improvvisa: devo assolutamente parlare con loro. Devo spiegare. Penso a una scusa. Dico che mi era sembrato di vedere qualcosa di strano.

Trovare l’appartamento non dovrebbe essere difficile. È al sedicesimo piano al lato est. La loro finestra è la seconda da nord. Basta seguire il corridoio: dev’essere la prima porta di quel lato.

Spunta il nuovo giorno e quando mi alzo dal letto ho la faccia di uno che è appena tornato dalla campagna di Russia. Mi guardo allo specchio del bagno. Mi faccio schifo, ma non ho tempo per le crisi di autocommiserazione.

Infilo un paio di jeans, una felpa, scarpe senza lacci. Non bevo neanche il caffè. Scendo nel cortile ed entro nel portone di fronte. L’odore è quello di ogni condominio sfigato: umido, ammoniaca, muffa, zuppa di cavoli e topi morti. È l’odore che accompagna vite chiuse come sardine in scatola. Prendo l’ascensore e arrivo al sedicesimo piano. 

Se i miei calcoli sono giusti la porta dovrebbe essere la prima a destra. Non c’è nome sul campanello. La vernice è scrostata a chiazze, il legno gonfio di umidità. Sembra reggersi in piedi per miracolo, come se bastasse un colpo di vento per farla cadere di lato. Respiro profondamente e conto fino a tre. Poi suono.

Aspetto qualche secondo, ma non succede niente. Suono ancora, questa volta più a lungo. Ancora niente. Insisto a suonare e non contento inizio anche a bussare.

Si apre la porta accanto e una signora anziana mi squadra da dietro la catenella. Occhi taglienti, vestaglia beige, capelli di un bianco ammuffito.

– Chi cerca? – dice senza aprire del tutto.

Provo a sorridere, ma non mi viene molto bene.

– Scusi signora… io… è un po’ imbarazzante. Ho visto delle persone qui, dalla finestra… una famiglia… ieri sera… io… volevo solo… scusarmi.

Lei sbatte le palpebre come se non capisse. Poi fa un cenno con la testa.

– Qui? Una famiglia? Ma non c’è nessuno qui.

– No, signora, guardi, ieri sera ho visto… c’era anche un bambino...

Lei sbuffa piano con un sorrisetto maligno.

– Una famiglia abitava qui, sì. Mi ricordo... degli antipaticoni... tutti quanti, anche il bambino. Ma parliamo di tanti anni fa. All’epoca io ero ancora una ragazzina. Poi una sera c’è stato un incendio e sono rimasti arrostiti. Da allora nessuno vuole questo appartamento. Dicono che porta male.

Mi sento sprofondare fino al pian terreno.

– Ma io li ho visti. Seduti... a tavola...tutti e tre.

Lei mi fissa come se fossi un poveraccio ubriaco.

– Sì, ho sentito spesso raccontare storie del genere. Luci accese, ombre dietro le tende. Ma sono fantasie, sa. La gente inventa. Dice solo fesserie. L’appartamento è vuoto. Si fidi. Abito qui da sempre, e non ho mai visto nessuno. Già si vedevano poco quando erano vivi, figuriamoci da morti.

E chiude. Fine del dialogo. Fine di tutto.

 

È passato circa un anno. Non vivo più in quel palazzone. Adesso ho una piccola casa di campagna, abbastanza isolata, dove non ci sono finestre da spiare. Mi limito a osservare la gente nei bar, per strada. Insomma, solo cose normali: non faccio più il guardone panoramico. Sono diventato anche più socievole. Ogni tanto mi capita perfino di scambiare qualche chiacchiera.

Quando ripenso a quello che è successo, mi viene da ridere. Il mio psicologo dice che è stato solo stress, la separazione, il trasloco, la perdita del lavoro, l’isolamento, troppe cose tutte insieme. Ci sta.

Per fortuna oggi sto bene. Sono tranquillo, non ho più visto nulla di strano.

Questa storia mi ha lasciato solo un piccolo segno: quando cammino per strada, tengo sempre gli occhi a terra. Evito di alzarli verso le finestre. Ho sempre paura di vedere una tenda muoversi e, dietro il vetro, la testolina di un bambino con quegli occhietti neri e cattivi, fissi su di me.

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