“Vieni pure, mi fa piacere vederti. Oggi a pranzo ci si può vedere, tanto cosa vuoi, ho alcuni pazienti ma è routine…”

“L'ambulatorio dovrebbe essere questo… Paglietti, sì.”

Lionel entrò nella sala d'attesa, constatando che gli ricordava quella del suo vecchio medico. Una semplice stanza spoglia, con solo un tavolino pieno di riviste oltre alle sedie e una finestra che si affacciava mesta su di un vicolo. Tutto sommato deprimente come ogni sala d'attesa che si rispetti.

Dentro c'era solo una signora che stava aspettando assieme al figlio, che a occhio avrà avuto sei anni. Tipico, dato che si trattava dello studio di un pediatra. Lionel non sapeva se era stata tale atmosfera di triste ineluttabilità a spingerlo a masticare le gonne delle signore sedute lì quando da bambino si trovava in attesa dal dottore. Sua madre non era stata molto felice di ciò e a volerla dire tutta nemmeno lui, dato che spesso il sapore era deludente. Non sempre, comunque.

Si avvicinò alla scrivania della segretaria, una graziosa giovane bionda ben vestita che lo accolse con un sorriso vago. Carina però, pensò. Questa almeno non ha il fascino da Jack Palance di quella che ricordo io. Anzi, di tutte quelle che ricordo.

“Buongiorno, dica pure.” fece lei con voce da basso roco. Eh beh. Almeno qualcosa di desolante lo doveva avere.

“Buongiorno… ecco, io sono qui solo per vedere il dottor Paglietti. Ho telefonato prima, mi chiamo Carver.”

“Ah sì, il suo vecchio amico, dico bene?”

“Già, eravamo compagni di classe da bambini… mi aveva detto che era libero cinque minuti, dico bene?”

“Sì sì certo, ora sta visitando, poi c'è un'altra paziente e poi va in pausa. Nel mentre attenda pure in saletta.”

“Grazie…”

Proprio mentre Lionel stava per recarsi in sala d'aspetto, dalla porta chiusa dell'ambulatorio si udì una specie di urlaccio strozzato a metà tra quello di una ragazzina isterica e una iena con la zampa in una tagliola. Lui rimase perplesso per qualche istante ma la segretaria non fece una piega, come se fosse routine.

“Paziente difficile?” chiese Lionel immaginando un bambino refrattario alle visite mediche. Lei alzò appena lo sguardo.

“Uh? Ah no, no, è il dottore.”

“È… il dottore?”

“Sì, sa com'è, a volte i bambini sono un po'… eh...”

Lionel aguzzò l'udito, riuscendo a cogliere qualcosa di più di un semplice brusio oltre la porta. Riconobbe la voce dell'amico. “Va bene, adesso apri… su, apri, da bravo… ecco, così… tieni aperto, bello grande… tieni… uhiayayayohiayyaaayayayaya!”

Stavolta l'urlaccio somigliava più a un corvo strangolato. Evidentemente il bambino aveva aperto, da bravo, e aveva pure chiuso, da stronzo. Poi la porta dell'ambulatorio si aprì, facendo comparire una giovane donna con in braccio il figlio molto contrariato, seguiti dal dottor Paglietti che si teneva una mano con un fazzoletto, sorridendo pietosamente sotto una malcelata smorfia di dolore.

“Mi raccomando allora, eh? Buona giornata signora e ciao Nicola… oh Lionel, sei arrivato? Non ti aspettavo così presto. Il tempo di un altro paziente e poi stacco, ok? Oh cazzo…”

Va da sé che le ultime due parole le aveva più che altro sussurrate a sé stesso. Lionel annuì senza aggiungere altro, mentre il nuovo paziente trotterellava baldanzoso nello studio seguito dalla madre e dallo sguardo agghiacciato di Paglietti. Mentre li vedeva scomparire nell'ambulatorio, ripensò a ciò che l'amico gli aveva detto: ho alcuni pazienti, ma è routine. Era quella la routine? Spettacolare. Era meno pericoloso andare a pescare i barracuda.

Si sedette quindi nella saletta ora vuota e prese a leggere una rivista, mentre dallo studio iniziava già a sentirsi un vago chiacchiericcio nervoso.

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