E ci svegliammo di botto mentre tutti fuggivano cercando qualcosa di diverso.

 

Era stata una bella serata quella appena passata. Senza rancore né amore, una splendida serata di fredda passione alla luce di un vecchio lampione. Ci ferimmo felici di farlo, ci illudemmo senza vergogna. Si, fu proprio una bella serata ricca di false verità e amene bugie.   

      

Poi qualcosa turbò i nostri sogni. La terra tremava, forse per il freddo improvviso.

 

Vedemmo la gente allontanarsi senza guardar dietro. Nessuno faceva caso all’altro e ognuno pensava per sé. Solo i bambini, assurdi i bambini, continuavano in silenzio a giocare imitando gli adulti. Ci alzammo dal nostro giaciglio ancora con gli occhi affamati di buio. Avevi i piedi scalzi, ti vidi muoverti verso gli altri. Dove va, pensai prima di trovarmi anch’io a cercare di raggiungere il gregge. Ero in affanno, ondeggiavo senza saperne il motivo. Indicasti un punto alle mie spalle. Mi voltai e vidi la luna ancora in cielo tingersi di uno strano colore o forse solo di un calore diverso.

 

Si, lo ammetto, ebbi paura e guardando un uomo fare lo stesso, senza pensare strinsi forte la tua mano. 

 

Ti fermasti di colpo. E come te si fermarono in tanti, solo qualcuno continuò a correre, ma durò poco. Si voltarono verso chi aveva fatto quel gesto, verso di noi, verso di me che ancora, senza saperlo, stringevo nella mano ogni speranza. Il tuo sguardo era incerto. Non sapevo che fare, ma forse era il momento per farlo. Poco lontano una donna dai capelli di rame e dalle vesti stracciate allungò la mano vero un uomo, forse il suo compagno di giochi. Lui la fissò con terrore ma lentamente raccolse l’invito. La stessa cosa fece un vecchio dall’aspetto elegante ma la sua mano fu indirizzata alla donna che aveva alle spalle. Quella davanti non aspettò molto e stese le braccia con le palme aperte, attese ben poco prima di sentirsele stringere. E questo accade tra tutti quelli che si erano fermati ma poi anche tra gli altri compreso i soldati che per farlo gettarono le armi.

 

Un silenzio improbabile riempì l’aria. L’alba cominciava a farsi strada tra le ombre della radura. Poi qualcuno cominciò a muovere la bocca. Non si capiva cosa dicesse ma continuava a farlo sino a che quel sussurro divenne una litania. Ricordai qualcosa di molto tempo prima. Aveva un volto il ricordo e anche un profumo. Ti eri avvicinata a me, ora stringevi i miei fianchi. Ero confuso. Quanto tempo era passato dalla notte con il vecchio lampione e la fredda passione. Anche tu lo pensasti, me ne accorsi guardando i tuoi occhi abbassarsi.

 

Da lontano, ma forse non troppo, un rumore indistinto sembrava accompagnare la litania di prima. Che strana atmosfera, ricordava chi era passato da tempo e ancora girovagava senza fretta su una terra che non gli apparteneva. Molti, ma non ebbero mai il coraggio di ammetterlo, piansero dentro ed è il pianto che fa più male. Non c’è nulla di peggio di rendersi conto di udire in un vortice di nulla e parlare tra mille granelli di sabbia. 

 

Una goccia d’acqua colpì il viso. 

 

Il cielo aveva deciso di far pulizia. Di cancellare la polvere che da sempre riempiva gola ed orecchi. Passarono minuti, forse solo decenni, e d’improvviso cominciammo a respirare senza fatica. Ti fissai mentre muovevi le labbra. Capivo ciò che dicevi. Provai a parlarti come mai avevo fatto e ci riuscii senza troppa fatica. E sentimmo. Sentimmo la voce degli altri, comprendevamo parole e senso. Fu un magnifico caos, un arcobaleno di suoni. 

 

Alzai lo sguardo, la luna era bianca come mai lo era stata, riempiva il cielo che quasi la si poteva toccare. I bambini colsero al volo la sorpresa e cominciarono a urlare e cantare, parole al vento e vento tra le parole. 

 

Com’era lontana quello schifo di serata senza rancore né amore, passata alla luce di una fredda passione e di un vecchio lampione.

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