Lavoravo come cameriera nel ristorante più grande del mio paese, sproporzionato rispetto alle dimensioni di quella cittadina. Troppo spazioso e con troppe ambizioni: soldi spesi in decorazioni per ogni stagione e altrettanti per pagare una trentina di ragazzini impegnati con lo studio ma comunque volenterosi di occuparsi di un qualcosa. I titolari indirettamente gestivano una pagina Instagram con migliaia di followers, ma riservavano un’attenzione scadente al proprio personale. Proprio come ci si aspetta.

Mi trovavo lì per servire ai tavoli, sorridere, fingere simpatia per i colleghi e per un caposala rivoltante e, ovviamente, per racimolare qualche spicciolo. Nell’ultimo anno rispondevo in modo automatico a qualunque mansione e non parlavo molto, non mi fermavo più dopo il turno ad aspettare qualcuno per scambiare due parole. Preferivo tornare a casa e rilassarmi, senza dover simulare alcun tipo di amicizia nei confronti di persone decisamente poco interessanti.

Ci lavorai per quattro anni e, all’inizio di questa esperienza, conobbi una collega in grado di differenziarsi da questo sciame di servitori pagati per essere cordiali, che poi tanto cordiali non lo erano.

Questa collega la ricordo esclusa dal gruppo perché un po’ goffa, un po’ maldestra e molto timida. Aveva poche parole in bocca e non le si leggevano tanti pensieri in faccia. Non alzava mai lo sguardo e i suoi movimenti erano veloci e schivi, con il solo scopo di procurarsi, tra il magazzino e i vani del locale, gli ingredienti giusti per condire le pizze una volta uscite dal forno.

Era arrivata circa un mese prima di me e, sebbene non parlasse, le assegnarono il compito di farmi da tutor: doveva spiegarmi come condire le pizze, preparare gli ingredienti e come pulire il frigo della linea in modo che il suo luccichio riflettesse la luce del lampadario che illuminava la pizzeria.

Non era ammesso un minimo alone, altrimenti la titolare si sarebbe arrabbiata come se le avessimo inflitto un torto irrimediabile.

Ogni parola non detta da parte della collega, si rivelava utile per difendersi dalle altre che avrebbero seguito. Non di fronte a lei ma alle sue spalle: il silenzio era una difesa geniale per prevenire il perfido pettegolezzo delle altre colleghe. Quest'altro gruppo di ragazze che stavano in sala, erano a servire i tavoli, mentre lei se ne stava sul retro a chiudere le pizze. Queste erano belle, energiche e brillanti, ma non si risparmiavano commenti taglienti e ordini perentori rispetto a ciò che fosse giusto o meno fare all’interno della pizzeria. Ma tanto lì non ci stavano. Loro stavano fuori, a contatto con la clientela.

La collega diventava sempre più schiva, gobba, e sempre più riservata nei confronti degli altri, ma era brava nello spiegarmi come svolgere il lavoro. Le facevo mille domande, molte di queste erano stupide e ovvie, ma lei rispondeva sempre a modo, con una gentilezza che non giustificava le prese in giro che riceveva.

Iniziavo a provare una certa pena nei suoi confronti, ma me ne stavo tranquilla. Facevo il mio e non volevo diventare sua amica, non volevo un accollo insicuro da consolare con l’obbligo di schierarmi dalla sua parte; allo stesso tempo non volevo trattarla male con l’obbligo di innalzarmi al livello delle ragazze della sala. Che situazione ridicola.

Le ragazze che brillavano presto se ne andarono, la collega iniziò a respirare. Trattenne il fiato fino a quel momento, ora finalmente iniziava a esprimersi.

Di tutta risposta fece emergere un carattere quasi arrogante, e presto trovò con chi accompagnarsi durante le serate dopo lo svolgimento del turno di lavoro. Un equivoco segnò la sua prima storia d’amore: convinta di scriversi con un ragazzo, venne fuori che quest’ultimo dette il numero della collega a un amico, sicuro che la loro eventuale frequentazione sarebbe potuta funzionare meglio, oppure solo per gioco. Frivolo.

La collega, ignara si trattasse dell’amico del ragazzo a cui era interessata, scoprì l’inganno alla loro prima uscita, quando si trovò di fronte uno sconosciuto. Così lei e l’amico del ragazzo si innamorarono e iniziarono una storia. La collega mi raccontava sempre del loro sesso e della loro passione. Se l’era fatto andar bene lo stesso? Io non la riconoscevo più.

Da un lato ne ero inquietata, ma dall’altro ne ero estremamente divertita. Assistere a quella situazione mi faceva pensare allo spirito di rivalsa che una persona può accogliere: lei si sentiva invincibile. La collega si sentiva realizzata, parlava come una donna, e io la ascoltavo, ma un po’ anche la prendevo in giro perché la sua storia mi sembrava un insieme di coincidenze in cui tutto sembrava andare bene a tutti; non me l’aspettavo. O forse me lo aspettavo così tanto che la consideravo una persona che non era in grado di prendere delle decisioni, ma che passivamente accettasse quello che aveva sempre sperato le capitasse. Le andò bene.

Un passo sicuro la accompagnava per le navate del ristorante, le pizze uscivano velocemente ed era diventata eccezionale nel gestire il trambusto del ristorante con una fierezza che a stento riuscivo a riconoscere. Tuttavia, nella sua destrezza si era avvolta di una sicurezza pavoneggiante che le costò il posto di lavoro.

La collega venne licenziata, perché era diventata burbera anche lei, riluttante rispetto ai titolari che non la consideravano.

Le ragazze che brillavano, belle e sicure, non parlavano più di lei durante quei servizi sporadici che ogni tanto offrivano al ristorante. 

L'ex-collega l’ho sentita per un po’. Rimane una ragazza impegnata: ha un altro lavoro, ha comprato casa e continua a stare con il ragazzo dell’equivoco. Sono contenta per lei, ma qualcosa nella sua energia rimane macchiato di quell’eccessiva sicurezza costruita tra le pareti del forno delle pizze. Lì dentro le persone venivano plasmate alla sopravvivenza.

La sua storia mi ha sempre fatto credere che la fiaba del brutto anatroccolo si possa riprodurre nei ristoranti, oppure, con un po’ di amarezza, ho quasi capito che forse le persone cambiano più in fretta di quanto io non riesca a riconoscerle.

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