Ugo si alzò dal divano, spense la TV e infilò il cappotto marrone. Passò davanti allo specchio e si sistemò i capelli bianchi. Afferrò il guinzaglio dalla mensola in legno vicino alla porta e fischiò piano.
— Andiamo, Mal. È l’ora del giro.
Il bulldog francese sollevò la testa dal cuscino con l’aria di chi avrebbe preferito un’altra mezz’ora di sonno. Poi, con un grugnito breve, si avviò verso la porta. Ugo gli mise la pettorina ad “H” verde , agganciò il guinzaglio dello stesso colore e lo guidò fuori dall’appartamento.
Fuori, l’aria sapeva di pioggia vecchia e  foglie marce. Ottobre aveva una maniera tutta sua di ricordare agli uomini che il tempo passa e Ugo l'avvertiva addosso più che mai. La schiena si faceva sentire con dolori che sembravano lamentele.
Camminavano piano lungo via del Tiglio, la strada dove era cresciuto. Allora c’erano la latteria della signora Alda, il barbiere con la vetrina a scacchi bianchi e rossi e un negozio di dischi che diffondeva sempre i Pooh a volume troppo alto. Ora, al posto di tutto ciò, un centro estetico, due serrande chiuse e un cartello “Affittasi” che pendeva stanco come una lingua fuori posto.
— Eh Mal, guarda un po’ cosa resta del nostro bel quartiere… — mormorò. — Una volta c’era vita la sera. Adesso senti solo i rumori del mio passo e del tuo fiato.
Il cane tirò il guinzaglio verso un fazzoletto spiegazzato accanto al marciapiede.
— No Mal, quello no! — Tirò, mentre il bulldog tentava un assalto frontale. — Sempre a puntare schifezze. Ci sono più fazzoletti per terra che foglie, guarda. La gente si soffia il naso e li lascia come firme personali. Che brutto!
Mal emise un suono tra il respiro e la protesta.
— Sì lo so, a te piace il profumo della strada. A me viene la malinconia, più che altro. Un tempo la gente teneva le cose pulite —  Sospirò. — Si salutava perfino. Adesso se incroci qualcuno ti guarda come se gli chiedessi un prestito.
Arrivarono alla piazzetta. La fontanella era rotta da mesi e il chiosco dei gelati, ormai chiuso da tempo, mostrava graffiti che somigliavano a bestemmie in codice.
— Ecco Mal, — il bulldog alzò le orecchie  — un monumento all’incuria. Se ci mettiamo una targa magari diventa patrimonio comunale.
Il cane non parve condividere la battuta: aveva fiutato una crosta di pizza vicino al cestino traboccante. Puntò le zampe e allungò il collo, sfidando la resistenza del guinzaglio.
— Nemmeno quella, signor buongustaio! — Rise tirandolo via. — Ti rovini lo stomaco e poi piangiamo in due. — Si abbassò e gli accarezzò il muso— E chi paga il veterinario? Io, sempre io.
Dall’altro lato della piazza comparve Mario, vicino del terzo piano, con in mano un ombrello chiuso e a fianco un volpino bianco che camminava come se stesse su un tappeto rosso.
— Oh Ugo! —  Fece Mario agitando la mano. — Anche tu in servizio serale?
— Eh già, pattugliamo il quartiere. — Rispose Ugo con un sorriso. — Ci manca solo la divisa.
— Con questo tempo ci vuole coraggio, — disse Mario scrollandosi il cappotto, — anni fa a quest’ora c’erano intere famiglie a passeggio. Ora non si vede più nessuno.
— Già. Solo cani e uomini di mezza età che si lamentano del tempo — replicò Ugo. — Hai notato come sono peggiorate le strade?
— Eh, non ci sono più i netturbini di una volta. E nemmeno la gente di una volta. Guarda lì, cartacce e lattine di Coca Cola dappertutto.
— Sì e pensa che noi, da ragazzi, ci prendevamo una sgridata se buttavamo un chewing gum per terra. Ora si trova di tutto.
— Adesso se dici qualcosa ti rispondono: “Tanto c’è chi pulisce”.
— Peccato che chi lo fa, alla fine non riesca a stare dietro a chi sporca. 
Ugo scrollò la testa. 

—Ma quello che mi fa più rabbia sono le bottiglie di vetro vuote abbandonate. — Strinse il pugno. — Poi si rompono e i cocci sono un vero pericolo per i nostri animali. Mica indossano le scarpe!
— Davvero. È una tragedia!
Si scambiarono un sorriso stanco. Il volpino annusò Mal con una certa sufficienza e lui, fedele al suo spirito democratico, si limitò a un grugnito breve, come a dire: “ Non ho tempo da perdere con i borghesi”.
— Va bene Mario, ci vediamo domani. 
— Già, se non affondiamo prima nella spazzatura!
Ripresero il cammino. 

 La luce dei lampioni dava alle pozzanghere un colore ambra sporca. Ugo camminava piano, guardando i portoni chiusi, le finestre buie, le serrande abbassate. In quelle case aveva amici, amori, ricordi. Ora solo silenzi.
— Ti rendi conto Mal? — Disse — Una volta sentivi la radio accesa dietro le finestre, i piatti che battevano, le risate dei bambini... Adesso il rumore più allegro è il tuo russare quando dormi.
Il cane si fermò guardandolo con occhi lucidi e tondi.
— Già, forse dovrei imparare da te. Vivi nel presente, non ti lamenti mai e ogni fazzoletto è un’avventura, un trofeo.
Svoltarono per una stradina laterale che Ugo percorreva di rado. Era stretta, con sampietrini antichi e muri ricoperti di edera. Lì l’aria era diversa: nessun rifiuto, nessuna puzza di smog… Solo il profumo umido della pietra e il fruscio delle foglie.
— Guarda qua, sembra un pezzo di un’altra epoca. Pulito, tranquillo. Magari è stregato, — mormorò — o magari qui la gente ha ancora rispetto per la città.
Più avanti, sotto a un lume, un  uomo dall’aspetto giovanile in felpa e blue jeans che coordinava tre ragazzini, due maschi ed una femmina. Si muovevano veloci con sacchetti alla mano, raccoglievano cartacce e bottiglie e le infilavano nei cestini. Ridevano tra loro come se tutto fosse un gioco.
Ugo si fermò a osservarli.

— Ecco guarda un po’, non tutti hanno perso la bussola dopotutto. Forse c’è ancora speranza.
Il bulldog inclinò la testa e si sedette  come in segno d’approvazione.
— Magari il mondo non è del tutto spacciato. Ci sarà pure un futuro migliore se questi imparano ad amare il posto in cui vivono.
Uno dei ragazzi lo notò e lo salutò con la mano.
Ugo rispose con un cenno, sentendo una punta di calore dentro al petto.
Ripresero la via di casa. 

Il cielo, tra i tetti, lasciava intravedere una striscia di blu scuro.
— Sai che ti dico?—  Sussurrò al cane. —  Abbiamo fatto bene a uscire. A volte basta un giro del quartiere per ritrovare un po’ di fiducia nell’umanità.
Mal sbadigliò rumorosamente, come  dire che sì, va bene la fiducia, ma ora era tempo di cena.
— Hai ragione vecchio mio — rise Ugo aprendo il portone,— il futuro può aspettare cinque minuti: prima si mangia!
Mentre salivano le scale, il bulldog trotterellava soddisfatto, lasciando dietro sé l’eco di un respiro pesante ma sereno, come un piccolo motore che, nonostante tutto, continuava a girare.

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