Una sera Nico si recò sull’argine. La luna era alta nel cielo e il fiume una striscia argentata.
Una voce lo chiamò.

«Ti aspettavo» 

Lei era là, sulla riva, giovane, luminosa, bella: la pelle bianca come latte, i capelli che riflettevano la luna, gli occhi scuri e dolci.

Nico non parlò, la seguì. Camminarono lungo il fiume, tra i salici. Lei si fermò in una radura e cominciò a spogliarsi piano, sotto la luce d’argento. Il ragazzo la guardava e nella sua nudità vedeva la nascita di Venere, nata dal sangue e dai genitali di Urano, mescolata alla spuma del mare.
Era bellezza e orrore insieme, come se tutta la natura si fosse raccolta in lei: l’acqua, la terra, l’aria e il fuoco… la carne e il sangue.

Gli sorrise.

«Non temere. Io sono la natura, la natura del fiume. Tocca, e capirai.»
Nico la toccò e la sentì viva come un animale. Poi la baciò, lei sentì il suo membro che affondava con colpi decisi ed estenuanti. Durante l’amplesso, lei lo graffiò sulla schiena, lasciandogli segni profondi. 

Lui non gridò. Vide, alla luce della luna, il volto di lei mutare: le labbra che si ritiravano, il naso che si faceva muso, gli occhi che brillavano come due gocce nere… Davanti a lui, una grossa ratta grigia lo fissava con tenerezza. 

Nico capì. Quella non era follia, né maledizione: era la verità nascosta della vita, la purezza selvaggia che l’uomo civilizzato teme. E allora in quel momento lui le vide. Erano tre forme femminili che scrutavano con occhi neri e lucenti l’astro che era parcheggiato nel cielo, quella falce di argilla. 

 E poi notò che volgevano lo sguardo verso di lui ed ebbe paura.
“Non aver paura di loro…”, gli sussurrò la sua compagna di cui vedeva solo i due occhi di brace, mentre gli afferrava il polso. Quando riguardò quelle forme e quegli occhi sentì ogni fibra del suo corpo fatto bersaglio di dardi acuminati che trafiggevano la sua pelle e il dolore di questa ferita che si ramificava in mille vie fino a trovare la strada del suo cervello. Quasi svenne per il dolore. In quel culmine si sentì stringere il polso. Sentì una sensazione strana alla mano e si accorse che era diventata trasparente, poteva vederci attraverso. Sgomento per quella trasformazione, guardò la compagna che, volgendosi a quelle forme, intonava una nenia, una cantilena che riecheggiò lungo il fiume. 

“Oh, grandi Madri…grazie!

Siete voi che avete compiuto la grande trasformazione!

A voi rendo grazie del dono.

A voi che siete lo spirito della Natura, unica e vera Dea!

A voi mi prostro!”

Le forme femminili sparirono. 

Ora Nico sentiva che il tutto si era rappacificato, come se la natura avesse ripreso il suo corso. Poteva risentire ora il lieve sciabordio delle acque del fiume contro i sassi, e il verso del gufo. All’alba, la signora dei Topi era scomparsa.

Nico tornò al paese in silenzio, con le ferite ancora fresche sulla schiena.
Da allora non parlò più e non si vide più in giro nel paese. Solo la notte, chi passava sull’argine, lo vedeva seduto a guardare l’acqua e, intorno a lui, piccoli occhi brillavano nell’erba.
La Signora dei Topi se ne andò verso il fiume, s'incamminò lungo l’argine. I topi la seguirono, una fiumana viva che si confuse con le acque scure, fino a sparire nel buio. Nessuno la vide più. Eppure, nelle notti di nebbia, qualcuno giura di udire un fruscio che viene dall’argine, un suono lieve, continuo, come un respiro che si mescola al mormorio dell’acqua. E se si ascolta bene, tra gli squittii, sembra di sentire una voce dolce che sussurra:

“…sono bestie anche loro, non meritano che si faccia loro del male.”

Giovanna si voltò nel letto. Il bussare della sorella si faceva sempre più insistente, ma Giovanna non rispondeva. Il rumore, invece di destarla, la spingeva più a fondo nel sonno. 

E lì, come in una seconda vita, un nuovo sogno prese forma.

 

Il secondo sogno.

La donna si trovava in una grande sala illuminata dalla luce tremolante delle candele. Le pareti erano coperte di specchi e velluti rossi. Intorno a un tavolo lunghissimo, gli invitati ridevano, brindavano, mangiavano con le mani unte e impazienti. Tutti portavano abiti d’altri tempi, parrucche bianche e visi cosparsi di cipria. Era un matrimonio, in perfetto stile settecento.
La sposa era bellissima in quel vestito pieno di ricami e svolazzi, lo sposo la fissava con un sorriso.
Allora la porta si aprì. Entrò una donna pallida e vestita di scuro. 

Tutti tacquero, nella sala i violinisti smisero di suonare. Lei camminò fino al tavolo, prese una manciata di frutta candita, la portò alla bocca, poi sputò quel boccone dolciastro dritto contro lo sposo.

«Dunque, non ero abbastanza per te… Tuttavia una volta lo sono stata… Non ricordi più?»
Lei si avvicinò ad uno specchio che si incrinò con un suono acuto, frantumandosi in mille schegge.

E poi successe l’impensabile: i volti degli ospiti diventarono cattivi, gli occhi di tutti divennero neri come biglie e rilucevano beffardi. Dalle estremità dei pantaloni degli invitati cominciarono a spuntare delle code che si dimenarono unte e schifose…

E fu la baraonda! 

Gli invitati si erano trasformati in enormi roditori, cominciarono a saltare letteralmente sui vassoi delle pietanze squassando la tavola in tutti i modi e rovesciando ciò che vi era appoggiato sopra. Poi si attaccarono gli uni contro gli altri per accaparrarsi le ultime leccornie succulente di quel banchetto. Infine uno di essi adocchiò gli sposi… 

La donna restò sola. Sul suo volto, ora distorto da un sorriso che non era più umano, scivolò una luce metallica. Nel silenzio che seguì, si udì solo un piccolo fruscio, come un esercito di zampette che si disperdeva nell’ombra: anche lei si era trasformata.
La Signora dei Topi abbassò il capo, soddisfatta. 

E mentre il sogno si dissolveva, il bussare della sorella tornò a farsi vivo, più vicino, più reale.

Giovanna aprì gli occhi di scatto. Qualcosa correva vicino, sotto alle lenzuola, tenendo un ritmo cadenzato. O forse era solo il suo cuore.

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