Parigi, novembre 2025.

 

”Quanto è frenetica, la vita.” Questo il primo pensiero di Martina, mentre alza gli occhi al cielo.

Ventenne, nata e cresciuta a Torino, con la testa sempre altrove, sempre via, da un anno vive a Parigi dove studia Lingue in una prestigiosa università. 

A Parigi ogni giorno s'innamora della città, delle luci, del “Un croissant, s’il vous plaît”, che sente quasi ogni giorno quando si ferma a comprare il pranzo prima delle lezioni. Ama la Francia, ama la vita. Quello che non ama però, è il senso di vuoto che a volte prova (per essere precisi, ogni domenica sera) ripensando a casa, quella casa da cui ha sempre voluto fuggire ma che ora la rincorre come un cane che supplica il padrone di farlo giocare. La immagina così la vita che si è lasciata dietro, come un piccolo animale abbandonato. Sapeva che prima o poi sarebbe successo, che avrebbe lasciato il nido, ma non riesce a non pensare allo sguardo supplicante della bestiolina che sembra chiamarla. 

“Torna a casa, Marti”, “Torna che la mamma ha voglia di riabbracciarti”, "Torna Marti, che vogliamo tutti guardarti negli occhi per dirti quanto siamo fieri di te”. “Torna Marti nostra”.

Martina però non vuole tornare: c’è il mondo là fuori, c’è la vita. Ma la vita c’è anche a casa.

Ecco, quando questi pensieri le levano il respiro, quando non riesce più a pensare a nulla se non al piccolo animaletto che la rincorre, ansimante, si guarda intorno: riflettere sulla vita degli altri è un’arma per capire che anche lei ha il diritto di farsene una. È la prova che nessun cagnolino la rincorre e che se anche lo facesse, a nessuno interesserebbe.

Trascorre così tutti i suoi tragitti in metropolitana: osserva. Osserva gli altri passeggeri, ne studia i visi, gli abiti, immagina le loro vite, i loro lavori, le loro famiglie… La mezz’ora sulla M1 che la porta all’Università diventa così un modo per immergersi altrove, per vivere nelle vite altrui senza che nessuno se ne accorga. La bellezza delle grandi città sta in questo, in un coesistere di persone che non c’entrano niente le une con le altre: la metro diventa un luogo in cui il più importante avvocato di Parigi siede accanto al senzatetto al quale ha pignorato ogni bene, in cui la poliziotta in borghese cede il posto alla moglie dello spacciatore che ha appena mandato in prigione. La metro implica gentilezza, la metro richiede comunicazione.

Così Martina vive un po’ anche in casa di due giovani genitori, presa in ostaggio dai giochi del loro neonato: cosa cucinare a cena? Come riuscire a dormire senza essere svegliati dai pianti del bambino, che da tre mesi ormai dipinge di bianco la maggior parte delle notti del papà, della mamma e le sue?

Una donna tossisce. L’attenzione della ragazza viene richiamata da una signora che indossa un pellicciotto marrone, probabilmente vero, indice del suo stile di vita raffinato. Ha una grande borsa di pelle, indossa occhiali grandi ma eleganti che stanno alla perfezione sul suo viso rugoso. Ha appena comprato il giornale e lo sfoglia con noncuranza: nessuna notizia in particolare coglie la sua attenzione, ma si sente sollevata che non sia successo nulla che possa causare turbamenti alla sua routine. 

“Gare de Lyon” Gracchia la voce metallica degli altoparlanti della stazione trafficata. Con tutta quella gente, lei sa che forse dovrà cedere il suo posto a sedere a un anziano signore o una donna incinta. 

Invece sbaglia, perché questa volta solo giovani varcano le porte della métro. Tra queste, un giovane sulla trentina di origini africane: il suo profumo, aspro e seducente, attira il suo sguardo. Ha un’enorme borsa da palestra nera, una tuta over grigia e un giubbotto senza maniche marrone scuro. La maggior parte dei viaggiatori si sarà chiesta come possa sopravvivere vestito così con soli 2° percepiti, ma per Martina un uomo del genere ha uno charm unico, la incuriosisce. Ne studia l’atteggiamento riservato ma fiero, mentre si infila le cuffie e sceglie che sottofondo dare al suo viaggio verso chissà dove. Ne ammira il viso, calmo che ispira serenità e immagina il corpo energico che la tuta nasconde, quasi a preservarne l’unicità.

Ed ecco che nel giro di un minuto arriva alla sua fermata, pronta a rientrare nella sua vita, a riappropriarsi della sua quotidianità.

Lei è Martina. Chissà che qualcuno, guardandola, abbia mai provato a immaginarne la vita, a entrarci anche solo per un po’, proprio come fa lei ogni lunedì mattina. Chissà, magari per sentirci meno soli e fragili, bastano cinque minuti di metro passati a guardarci intorno. Cinque minuti a ricordare che siamo tutti un po’ soli e fragili e che la nostra mente è l’arma più potente di cui disponiamo per evadere, per vedere che in fondo la vita è bella.

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