Poi qualcosa successe anche al lavoro.

Il capo lo sorprese una mattina seduto alla scrivania, con lo sguardo perso nel vuoto con una pila di documenti intatta. Sembrava che la sua mente fosse altrove, agganciata a qualcosa che nessuno poteva vedere. In realtà, stava pensando al libro e a quella sensazione che non riusciva a spiegarsi.

Dopo qualche giorno arrivò la prima lettera di richiamo. Il tono era cortese ma fermo: doveva concentrarsi sul lavoro. Lui annuì senza capire davvero se stesse rispondendo a qualcuno o alla propria coscienza. Non cambiò nulla.

Poi arrivò la seconda lettera. Il capo lo osservava con crescente sospetto, ma ogni volta che lo guardava, lui tornava a fissare il vuoto, assorto nei propri pensieri.

La terza lettera fu definitiva. La direzione era chiara e inappellabile: il suo comportamento non era più tollerabile. Ancora una volta, però, lui non reagì: il libro e il ricordo della sua ossessione avevano preso il controllo totale della sua attenzione e della sua vita. Anche spinto da quei pensieri prese a rinchiudersi nei bagni dell’ufficio e a masturbarsi ossessivamente.

Poco dopo fu licenziato. Rimaneva chiuso in casa, tra il silenzio delle stanze e la compagnia ossessiva della vecchia edizione rovinata, incapace di staccarsi da quell’immagine mentale e dalla sensazione che non poteva ignorare. La sua vita quotidiana era ridotta a questa solitudine compulsiva, senza più legami, senza più routine, completamente assorbito dal libro e da ciò che aveva risvegliato in lui.

Dopo un po’, non uscì nemmeno più di casa: si faceva recapitare il cibo con i servizi a domicilio. Era diventato qualcosa di più di un’ossessione, se una tale cosa fosse possibile. A poco a poco sentì che entrava in un’altra dimensione, in cui sogno e realtà non erano più così nettamente distinti: gli sembrava di essere finalmente felice per la prima volta nella sua vita. Scivolava in una specie di caverna dalle pareti elastiche e lui vi aderiva con tutto il suo corpo, ma queste stesse pareti erano elastiche e si dilatavano, seguendone la conformazione. Gli sembrò di essere tornato nell’utero di sua madre o meglio della Grande Madre, che finalmente lo aveva riaccolto da un lungo esilio che era durato così tanto tempo.

Si mise a piangere di gioia mentre si muoveva al ritmo e al respiro di un altro corpo che finalmente lo comprendeva e lo accettava. Era tornato nel liquido amniotico e sentì una leggerezza di pensieri; finalmente tutti i ragionamenti asfissianti, le parole, i giudizi del mondo erano stati in qualche modo tenuti fuori da quel mondo, e lui era di nuovo un feto, su cui l’impronta del mondo non aveva ancora inciso nulla nella fragile materia del suo encefalo. 

Una settimana dopo, i vigili del fuoco sfondarono la porta e lo trovarono senza vita, un libro tra le mani. L’ispettore di polizia incaricato del caso prese il libro e guardò la copertina: c’era solo un uomo il cui viso era molto simile alle fattezze del morto. Guardò meglio: il volto dell’uomo era illuminato da un iniziale sorriso.

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