Da una fessura del mio stallo posso vedere tutto quello che succede fuori, o almeno una buona parte.
Sotto un sole cocente l'arena è polverosa e gli spalti sono gremiti di gente che urla olé olé.
Vedo mio fratello che trotterella con incedere elegante e fiero. È bello, il suo corpo è scolpito da vividi muscoli scattanti, il mantello lucido e nero come la pece, le sue corna bianche e appuntite.
È proprio bello, anzi, siamo proprio belli; noi siamo i Miura, i tori più belli dell'Andalusia, la razza eccelsa. Belli e cattivi.
Ora mio fratello si è fermato, si guarda intorno e intanto raspa il terreno con lo zoccolo e soffia forte con il naso, alzando una nuvoletta di polvere.
Poi vedo i cavalli, tutti barbati fino al garrese, e mi domando come facciano a camminare. Bah, affari loro.
I cavalieri hanno delle lunghe lance con le quali cominciano a stuzzicarlo, a pungerlo.
Fermi, che fate! Così si arrabbierà, io lo conosco bene.
Ora gira tutto intorno alla staccionata con quelle picche che ondeggiano sul suo corpo, conficcate sulla groppa. Esce anche un po' di sangue.
Mi sposto per guardare meglio e vedo l'umano con una sfolgorante tenuta di lustrini e oro: tiene in mano uno straccio che sventola davanti ai suoi occhi.
Ho capito! È un gioco.
Mio fratello non se lo fa ripetere: prende la rincorsa e si getta contro quello straccio ma, quando sta per incornarlo, l'umano si scansa. Succede una, due, tre volte e dagli spalti urlano ancora.
Io guardo anche se non capisco bene, perché sposta sempre il drappo?
Mentre penso questo un bagliore mi acceca.
Nella mano dell'umano è comparsa una lunga spada luccicante che tiene ferma e puntata da qualche parte.
Non so cosa succede di preciso perché la fessura non permette di vedere fin là.
Non vedo neanche più mio fratello.
A un tratto l'umano fa dei piccoli passi, come una breve rincorsa, sempre con la lunga spada in mano e subito dopo l'arena esplode. Esplode in urla di gioia, esplode in getti di fiori colorati che quasi sommergono l'umano e il grido olé olé olé è assordante.
Secondo me il gioco è finito.
Chi avrà vinto? Lo chiederò a mio fratello quando lo incontro, ora forse è stanco e sarà tornato fra la paglia.
D'un tratto, il cancello del mio stabbio si apre. Resto un poco confuso anche perché la luce accecante dell'arena mi toglie la vista. Piano piano mi abituo e l'istinto di libertà prende il sopravvento.
Accidenti! Il colpo d'occhio è impressionante.
L'arena è più grande di quanto mi immaginavo e tutta quella gente urlante fa impressione.
Toh, i cavalli barbati sono ancora qui, anzi si stanno avvicinando, vuoi vedere che ora gioco anch'io?
La prima lancia mi colpisce di striscio provocandomi un dolore da nulla, ma non mi piace.
La seconda e la terza mi affondano nella carne viva facendo fuoriuscire fiotti di sangue.
Sento un male atroce su tutti i muscoli del corpo.
Mentre mi scuoto per toglirle sento la folla che grida entusiasta e non capisco perchè.
Alzo la testa e poco lontano da me vedo un uomo vestito come quello di prima, ma più alto.
Anche lui ha lo stesso straccio in mano che sventola davanti ai miei occhi.
Non è che ci vedo tanto bene, le ferite fanno male, ho sete e sarà per il sangue perso ma sono stanco.
Quello continua a sventolare il suo stupido straccio urlando qualcosa, ma perchè non ci fai quello che ti pare e mi lasci in pace?
Ora basta, mi sono stancato, vedrai cosa ti faccio.
Prendo la rincorsa e punto diritto al drappo, se lo prendo vinco e così la finiamo.
È mio, è mio!

Macché. All'ultimo quello si sposta e io gli passo così vicino da sentire il suo calore sulla mia pelle. Va be', riproviamo. Prendo di nuovo la rincorsa anche se non vedo più bene, questa volta non sbaglierò.
L'umano è sempre lì davanti, sempre più vicino, troppo vicino, e sento uno dei miei corni penetrare nel suo corpo.
L'arena è ammutolita mentre io cerco di prendere con le corna quel maledetto drappo caduto vicino.
Ho vinto, ho vinto!
Intorno a me si scatena il finimondo. C'è chi urla, chi porta una barella per l'umano, chi piange, perché piange non lo so.
Ora dagli spalti la gente urla ma nessuno mi tira dei fiori, eppure ho vinto.
La punta della lancia questa volta penetra a fondo, tocca i polmoni impedendomi di respirare.
L'altra ancora più giù, dalla parte del cuore.
Le ginocchia si piegano mentre dalla bocca una cascata di sangue sporca la sabbia bianca dell'arena.
Il sole è cocente ma io ho freddo, un freddo che mi attanaglia, che mi impedisce di muovermi.
Perché… perché… ho vinto... che strano gioco.
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