Erano passati tanti, troppi mesi da quando Giuseppe non faceva una gita con papà. 

Quella mattina partirono abbastanza di buonora e lui, come suo solito, sul sedile di dietro era intento a smanettare con il tablet, tra i video che lo facevano ridere e i giochi scaricabili dell’Uomo Ragno. 

Sembrava sereno e completamente assorto nel suo mondo, ma in realtà pensava a quando le gite le faceva con tutti e due i genitori, quando era piccolissimo e si faceva portare al mare.

«Mare, mare, mare!», diceva: quella era una delle prime parole che aveva imparato. 

Adesso si chiedeva perché la sua vita da poco iniziata non poteva continuare allo stesso modo. 

Quel giorno non sarebbero andati al mare. Papà doveva partecipare a una breve intervista a una radio web di Bologna, interessata alle sue ricerche all’Università. Poi avrebbero fatto un pasto frugale, un paio di panini e un po’ di frutta, e una bella passeggiata lungo i portici, dove in passato l'aveva già portato la mamma. 

La redazione della radio era all’interno di un grande condominio, sicuramente di recente fabbricazione, e anche Giuseppe notò che si trattava di un luogo “moderno”, come lo avrebbe definito semplicemente lui. 

Si misero a sedere in attesa che il dj in studio fosse libero per fare l’intervista, ma si resero conto che avevano dimenticato il tablet. E adesso?

«Portami nel parcheggio alla macchina per prendere il tablet. Dai! Dai!»

«Quanta pazienza che ci vuole con uno come te!»

Solo poche parole di rimprovero per fargli notare che aveva assunto un atteggiamento eccessivo, poi subito giù, di corsa in auto a prendere il tablet. Il bambino pensò: «Oggi papà con me è davvero buono.»

L’intervista non andò oltre la mezzora. La radio aveva in programma l’intervento di vari studiosi sul tema del riscaldamento globale, non c’era tempo di dilungarsi con gli interventi. 

Usciti si fermarono su una panchina nel parcheggio. Giuseppe era al colmo della felicità, perché la mamma gli aveva preparato due toast con il prosciutto cotto e la maionese, proprio come piacciono a lui, accompagnati da una cioccolata al latte. L’uomo, invece, si era dovuto accontentare del suo solito panino con il prosciutto crudo, per non ingrassare e, cosa ancor più importante, per non far alzare i valori del sangue. 

Ma la felicità maggiore era constatare che finalmente, dopo tanto tempo e tanti litigi, i suoi genitori avevano ripreso a parlarsi civilmente. Probabilmente presto sarebbero venuti al tanto sospirato accordo. 

Nel bar poco distante dai portici, il piccolo pensò che era davvero un peccato non approfittarsi di un papà, che appariva tanto ben disposto nei suoi confronti; così decise di ricominciare con le richieste per avere anche un ovetto di cioccolata. E ci riuscì. 

«Perché non mi fai vedere l’ospedale militare, non è lì che hai fatto la leva?»

«Sì, è vero: ma ormai credo che lo abbiano dismesso.»

«Cosa vuol dire dismesso?»

«Vuol dire che non esiste più, magari al suo posto hanno fatto un’altra cosa. Ma possiamo controllare.» 

E infatti l’ospedale militare non c’era più; ma non avevano adibito la struttura a un’altra funzione. Il vecchio convento, che in passato era stato attrezzato per ospitare e curare i giovani soldati malati, era rimasto inutilizzato. Intorno le impalcature edili di un’opera di ristrutturazione mai terminata che, stando a quanto era scritto su un grande cartello, era iniziata ben dieci anni prima.

«Pensi che un giorno o l’altro riapriranno l’ospedale militare?»

«Lo escludo. Ormai il servizio di leva per tutta la popolazione maschile è stato abolito ed è un bene che sia così: serviva solo a perdere del tempo.»

«Ma tu non sei stato contento di lavorare in quell’ospedale?»

«Assolutamente no. Ho solo subito la cattiveria degli altri. Lontano da casa, dovendosi arrangiare per sopravvivere, si capisce fino a che punto le persone possono essere crudeli.»

Lungo i portici bolognesi, Giuseppe guardava tutti i negozi e ogni tanto chiedeva a papà, che teneva duro nell’imporre la sobrietà, di comprargli qualcosa. Alla fine riuscì a farsi prendere cinque pesche fuoristagione a un prezzo esorbitante. 

Era il pieno pomeriggio e il sole di maggio riscaldava il volto. Un calore mite e piacevole, che sembrava accarezzare con amore e rispetto la pelle. 

Intorno risuonavano le voci della folla, un rumore forte ma quasi armonioso, che sembrava cullare l’udito durante la passeggiata. 

Tutto era perfetto ai loro occhi, quando l’uomo iniziò a tremare. Alcuni passanti si radunarono intorno a lui pensando che avesse un malore. 

La vista adesso gli si era offuscata: «Vedo male; tutto scompare, tutto scompare!», e mentre gridava per il terrore, scorgeva da una parte il figlio in lacrime, che scuoteva la testa per la disperazione. 

Ritornare ogni volta alla realtà era una sofferenza indicibile, ma inevitabile. Le medicine non potevano fare effetto oltre le poche ore, allora dovevano essere somministrati altri farmaci per far cessare il dolore e tornare nell’oblio. 

Quella splendida gita papà non l’aveva mai fatta.

La sera che aveva chiesto alla ex moglie di poter uscire il giorno dopo con il suo bambino, lei si era ancora una volta opposta, ricordandogli che le restava la tutela fino a quando il giudice non avrebbe emesso la sentenza. 

Il risentimento di una donna tradita può non avere limiti. 

Giuseppe era disperato: aveva desiderato tanto andare con il padre, che però adesso gli appariva colpevole di quanto stava accadendo: «È colpa tua; se tu avessi rispettato mamma, adesso andremmo a Bologna tutti e tre insieme.»

Fu allora che l’uomo, esterrefatto dal comportamento del figlio, posò lo sguardo sul grande coltello sopra il tagliere. 

Una disperazione profonda, avvolgente, distruttiva si fece largo dentro di lui, fino a raggiungere la sua mente, a contaminarla.

Gli bastarono pochi colpi per togliere la vita alla ex moglie e al piccolo innocente. 

Poi la corsa in auto per fuggire dall’orrore da lui stesso creato, mentre la radio già diffondeva la terribile notizia del duplice omicidio. 

L’assassino non aveva nemmeno il coraggio di guardare la sua immagine riflessa nello specchietto retrovisore. Mentre procedeva sulla superstrada senza una meta, mosso da un rimorso alienante, pensava solo a correre a velocità sempre più elevata, ormai incurante di ogni rischio. 

La curva a gomito apparve dal buio in un tratto scarsamente illuminato: le ruote fischiarono orribilmente mentre il conducente, dando controsterzo, provava a evitare la collisione con il guardrail. L’impatto fu terribile.

Adesso, attaccato a una macchina, il rumore del respiratore procedeva con lentezza, monotono e ossessivo. 

La costante posizione supina procurava dolori lancinanti. 

E poi l’iniezione che induceva alla distensione e al sonno, per tornare a sognare ancora una volta quella stupenda giornata con Giuseppe, che non c’era mai stata e non ci sarebbe mai stata. 

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