Hi, qui è la Centrale Paranoica!

 

Oggi vi presento Annie, quando è arrivata qui era una piccola cara ragazza con le lentiggini e le trecce, terrorizzata da morire. Prima di diventare una ragazzina terrorizzata, era una piccola cara bimbetta che viveva in una bella fattoria nella prateria circondata da tutte quelle amene consolazioni hillbilly, ovvero animali socievoli, uomini di paglia parlanti, torte alla marmellata di mirtilli e un grande sole dorato che pareva uscire ogni giorno dalla confezione dei corn-flakes. 

 

Poi, il cielo ha cominciato a graffiarsi. Scie bianche, sottili come fili di ragnatela chimica, aerei che tagliavano l’infinito, ogni giorno di più, una griglia d’acciaio invisibile sulla testa.

 

Ciò che cambiò la vita di Annie non fu un bianconiglio e nemmeno un tornado, quello che accadde fu che un jet cadde giù con la scia di fumo nero, un rombo cupo e il boato dello schianto. E lei era sola nella prateria immensa, minuscola e sola davanti a quello spettacolo.

Il fieno frusciante, il ronzio dorato delle api, tutto il vecchio mondo sparì in un secondo, rimase l’odore acre del carburante bruciato e le vampate di calore che violentavano l’aria. 

E dopo lo schianto, il grande gelo. La mente di Annie piombò in un silenzio catatonico da cui partorì un album fotografico della morte. Nella sua testolina incollò le facce di tutti quelli che amava, i genitori, i fratelli, i vecchi nonni con le mani rugose, e poi le maestre, il lattaio che fischiava al mattino, l’uomo della spazzatura…tutti arrostiti, tutti dentro quella carcassa di metallo fumante. Tutto il suo universo, capito? Il suo mondo viaggiava su quel maledetto aereo caduto. Raccontava di essere stata lassù, sentiva la voce metallica del comandante che gridava di allacciare le cinture mentre la cabina perdeva pressione e l’aria si faceva rarefatta, sentiva l’odore dell’azoto che faceva svenire i passeggeri, vedeva i volti gonfiarsi e il sangue colare dai nasi e dalle orecchie in un incubo di carne e terrore ad alta quota.

La trovarono tremante come una foglia a novembre, bava alla bocca e gli occhi sbarrati fissi su quella colonna di fumo che saliva verso Dio. Ha trovato un porto sicuro solo qui, al Transcend Village, dove lo Psychotronic, quel premuroso e invisibile burattinaio delle menti, le ha regalato un nuovo cielo di latta su misura. Un cielo pieno di scie di cui lei, per qualche miracolosa e folle ragione, conosce ogni segreto: orari di partenza, rotte, destinazioni. In quel caos programmato lei sa che nessuno cadrà più e questa certezza la culla, la rende felice come un angelo salvato dall’apocalisse.

 

Quando mi sente frusciare in giardino, allunga il collo, fa una smorfietta deliziosa e con tono allegro mi saluta con una voce che è un campanello d’argento:  “Che c’è di meglio che ammirare le stelle e gli aerei che passano a decine sulla tua testa insieme ad un amico?” 

Condividiamo quel sacro silenzio dell’altro mondo, interrotto solo da battute laconiche: «Bel cielo!» dico io. «Eh già!» risponde lei.

Poi alziamo lo sguardo al cielo pulsante di luci di segnalazione e riflessi metallici e stelle.

 

Di solito sono il primo a dirlo, «Bel cielo!», perché quello è il suo cielo, la sua opera d’arte privata, e lei mi rimanda un «Eh già!» che sa di pace trovata. E io glielo ripeto per scacciare i vecchi fantasmi: «Certo che non ne vedrai cadere mai più, Annie. Nemmeno uno. Lo sai, vero?» 

«Certo che lo so…va bene così. Gli aerei tornano sempre giù, ma niente più schianti, non qui. E se lo Psychotronic si agita e non sa come gestire i flussi, sai che fa? Fa piovere. Ci ho scritto una poesia, ascolta: Mi piace quando gli aerei cadono ma oggi preferisco la pioggia, jet fuori controllo, jet fuori controllo…»

«Ah Ah Ah! Bellissima, fantastica! Dovrebbero suonarla quei finocchietti degli ExAvant, li conosci?» 

«No, che strano nome!» 

«Oh, sono una band di ragazzini terribili che suonano qui al Village, hanno un sound sgangherato e veloce che dovrebbe piacerti…magari potresti suonare con loro. Suoni qualcosa, Annie?» 

«No, no, no… ma forse lo Psychotronic potrebbe aiutarmi, no?» 

«Ma sicuro, ci parlo io, vedrai che succede qualcosa di grande!»

Poi piombò il silenzio, quel genere di pausa sacra e immensa che si prova solo nel deserto o nei cortili dei manicomi all’ora del crepuscolo, un momento così denso e lirico che l’unica cosa da fare è scappare via prima che il cuore si spezzi. E io, che sotto la scorza paranoica sono un vecchio romanticone nutrito di libri e misticismo, le ho sussurrato Platone: «Tu guardi le stelle, stella mia, e io vorrei essere il cielo per guardare te con mille occhi.»

Così stavo per dissolvermi ma Ehi! guarda chi c’è in giardino stasera: il vecchio Archie! La sua sagoma da ciccione si stagliava contro l’infinito.

E Archie ci vede benissimo, si gira e fa: «Hello Hello! Come andiamo ragazzi?»

«Ehi Archie, tutto bene. E i preparativi per il grande salto?» 

«Ci siamo quasi, amico! Le scorte per il viaggio interstellare sono pronte, ora mi sto allenando per il raggio di luce!» «Il che?» fa Annie, e porta una mano sulla bocca per soffocare una risatina da bambina scema, perché si sa, i matti ridono tra di loro senza cattiveria, si riconoscono e si sfottono a vicenda, e Archie, serio come un profeta biblico sulla cima del monte fa: «Il punto è che per viaggiare tra le stelle e portarsi dietro un miliardo di persone, l’unico modo vero è cavalcare un raggio di luce! Ora vi faccio vedere.» 

«Sei sicuro, Archie?» 

«Sicurissimo!.»

E allora la sua ombra è diventata ancora più densa, un buco nero antropomorfo che sembrava inghiottire le stelle tutt’intorno, ha buttato le braccia all’indietro con un gesto primordiale e, sbarrate gli occhi, amici, perché se non lo vedete non ci credete:  LA LUCE È USCITA DA LUI! 

Un’esplosione di pura energia bianca, bruciò come una supernova per qualche secondo pazzesco, illuminando l’universo, i nostri volti sbigottiti, il mondo intero…e poi si è spenta, tornando a essere solo una sagoma scura contro la notte.

Annie era folgorata, immobile. E subito la voce di Archie arrivò da quel buio, squillante, un’ottava sopra il normale, fiera e bellissima: «Beh, niente male, no? Anche se devo studiare ancora un po’…ma ora sono un po’ stancuccio, Buona notte, ragazzi.»

Ho respirato l’aria fresca della notte e ho detto: «Che spettacolo!» E Annie, guardando l’ultimo jet che tagliava la luna, ha risposto: «Eh già!»

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