Volava, volava, volava.  
Le bastava chiudere gli occhi, anche solo per un istante, e in quel buio lei poteva scorgere le nuvole, tutte intorno a sé.  
E mille giochi di luce le danzavano intorno, quando i raggi del sole si insinuavano in quel manto candido e soffice. 
Non importava chi ci fosse intorno, in quel suo lasciarsi trasportare altrove ogni rumore si attutiva fin quasi a sparire, e lei poteva sentirsi, finalmente, leggera. 
Era passato il tempo della fatica, del male ai piedi, della stanchezza.  
Passato anche il tempo della rabbia cieca, della delusione o del disincanto. 
Passato ogni dubbio ed ogni incertezza.. 
Passata ogni preoccupazione. 
Le bastava chiudere gli occhi. 
Poteva volare via e non sentire più niente di tutto questo. 
Non si sarebbe più fatta carico dei pesi altrui, questo era ciò che ripeteva a se stessa. 
E così la donna volante, giorno dopo giorno, iniziò ad estraniarsi. 
Ad allontanarsi da tutto e da tutti. 
C’erano ancora dei momenti in cui tornava nel suo corpo.  
Il suo sguardo vagava intorno, come in cerca di qualcuno, o qualcosa a cui ancorarsi. Ma poi ricordava a se stessa quanto fosse bello sentirsi leggera, e libera da ogni preoccupazione. 
E ad ogni battito di ciglia la donna volante andava sempre più in su.. tanto che, ad un certo punto, iniziò a non scorgere più neanche quelle nuvole, che l’avevano accolta nella loro morbidezza. 
La donna volante ora avrebbe voluto scendere, ma era troppo leggera, lanciata verso l’alto dal fluttuare inconsistente dei suoi pensieri inafferrabili.  
Provava e riprovava, ma scendere oramai era troppo difficile. 
Nella sua mente i ricordi di una vita avevano iniziato pian piano a svanire, diventando inconsistenti e inafferrabili. Volavano verso l’alto come iridescenti bolle di sapone.. e per quanto provasse ad afferrarli, le sue mani rimanevano vuote, stringendosi nell’aria come impazzite. 
E la donna volante dimenticò anche il suo nome. 
Ora i suoi occhi erano aperti, ma non vedevano più niente. 
E le sue mani, per quanto si muovessero non riuscivano ad afferrare neanche un brandello di ciò che lei stessa era stata. 
La donna volante iniziò a piangere. Dapprima solo poco… poi le sue lacrime si fecero uragano.  
E chi si fosse trovato a passare lì sotto in quel momento, avrebbe senz’altro visto le nuvole farsi scure scure e pesanti di pioggia. 
La donna volante piangeva, e le sue lacrime si impigliavano nelle nuvole e facevano capriole per poi abbattersi sul mondo: si posavano sul terreno  e scivolavano via. 
La donna volante iniziò a sciogliersi. 
E mentre si scioglieva la sua voce si levò in un triste canto. 
Pioveva giù dal cielo in milioni di piccole gocce. 
Pioveva giù e la sua voce pioveva con lei, in milioni di gocce iridescenti. 
Piovve sulle strade, sulle case, sui prati. 
piovve sui volti di coloro che l’avevano conosciuta e amata. 
E piovve su un piccolo seme, nutrendolo. 
Passarono i giorni, i mesi, gli anni, e quel seme maturò nel terreno, divenne un germoglio e poi un albero. 
Passarono i giorni, i mesi, gli anni.  
L'albero crebbe e divenne grande, forte e rigoglioso.  
Ma mano mano che il suo tronco e i suoi rami crescevano verso il cielo, le sue fronde piovevano verso il basso, come le lacrime che lo avevano generato. Ora la donna volante aveva ritrovato le sue radici. 

… L’albero è ancora lì. 
E tu, viandante, se passerai di là con le orecchie tese e il cuore attento, nel silenzio immobile potrai godere del suo canto.

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