Irving Crane non vide la fine del processo.
Lo trovarono stecchito nel giardino, una mattina.
Dopo lo scavo, alcuni girasoli erano ricresciuti e, a sentire qualcuno, Irving ne aveva strappato uno e aveva usato il gambo per impiccarsi… la maggior parte però diceva che non era possibile. Il gambo di un girasole si sarebbe spezzato, ed era vero. Il gambo di un girasole si sarebbe certamente spezzato.
Lo stesso anno Tony Blaine morì a New York durante un tentativo di rapina. Stavolta non si stupì nessuno: tutti sapevano che Tony era un poco di buono.
L’anno successivo la casa di Irving andò all’asta.
L’incanto andò quasi deserto, forse perché anche a Lonefrost i tempi stavano cambiando e qualcuno cominciava a pensare che pure le donne potessero possedere la terra.
Serena Willoughby, il giorno del nostro matrimonio, intestò la proprietà della casa a Connie e a me.
Fu il suo regalo di nozze e che Dio vi benedica, ragazzi.
Col tempo, la fatica e il denaro (la terra era davvero ricca e grassa) riparammo la casa, la ammodernammo e la sistemammo.
I rottami furono i primi a sparire, poi fu la volta dell’orto, anche se a Connie dispiacque perché la verdura cresceva che era una meraviglia.
Lo steccato fu sostituito da una siepe e, dopo qualche tempo, riuscii a convincermi che non sarebbero più spuntati girasoli.
King Street fu asfaltata e allargata e anche il bosco si ritirò fino ad arretrare sull’altra sponda del Kenduskeag.
Lonefrost si era espansa, anche se non molto, e la vecchia casa dei Crane (ora la nuova casa dei Roberts) non era più l’ultima abitazione del paese, quasi in mezzo alla foresta.
Quando costruirono il nuovo acquedotto comunale ne permettemmo il passaggio attraverso la proprietà – non gratis, s’intende.
Il Kenduskeag, soggetto a un intenso prelievo idrico, ridusse parecchio la sua portata. Nelle estati più calde l’acqua arrivava a mezza coscia e farci il bagno non era più divertente come una volta.
La vecchia quercia si seccò e finì nel nostro camino, bruciando mentre tenevo Connie abbracciata e nostra figlia Helen gattonava sul tappeto.
Dieci anni fa mia madre cominciò a dar fuori di testa e, con qualche sforzo, riuscii a convincere Connie a lasciare che Serena Willoughby trascorresse in famiglia gli ultimi mesi che le rimanevano.
Li passò quasi tutti seduta in poltrona, con lo sguardo perso nel vuoto, obbediente e inerte come l’altalena che avevamo piantato in mezzo al prato.
Ci dette qualche problema solo l’ultima notte, quando iniziò a urlare di far star zitti i girasoli.
Feci finta di niente e le tenni la mano mentre gridava che Barbara Crane era una strega, arrivata in paese da chissà dove, giungendo dal sentiero che attraversava la foresta.
Continuai a stringerla anche quando mi raccontava che Barbara era capace di ammaliare gli uomini, di far cagliare il latte con lo sguardo, di guarire il Fuoco di S. Antonio, di praticare aborti e di far nascere bambini dalle donne sterili anche se poi quei bambini erano in parte suoi e c’era un prezzo da pagare …
Andò avanti così fino all’alba, quando morì mentre io guardavo il giardino, là dove mi era sembrato di vedere un cespuglio che un attimo prima non c’era.
La seppellii e andai avanti, come sempre si fa in questi casi e come si fa per tutta la vita.
Ho un nipote di dodici anni adesso.
Si chiama Bobby e, anche se non può andare a fare il bagno nel Kenduskeag, non ha una quercia sotto la quale nascondersi né uno Strano Vecchio In Fondo Alla Strada, sono i suoi dodici anni, il suo turno sulla ruota del karma che gira, il talento regalatogli dall’Onnipotente il giorno della cresima.
Helen, nostra figlia, lo manda ogni estate da noi per una settimana. Anche troppo presto il ragazzo pretenderà di andare a spassarsela da qualche altra parte, ma, per ora, Connie e io ci godiamo questi giorni e lo guardiamo scorrazzare all’aperto, dimentico per qualche ora di videogame, social network e altre diavolerie moderne.
Credo che ci sia un pizzico di miracoloso in tutto ciò e, chissà, forse un po’ della vecchia magia è rimasta da queste parti, anche se non tutta la magia è bianca.
Adesso però se ne sta sdraiato sul divano del salotto, gonfio da far paura, mentre Helen sta giungendo in aereo da Boston.
Un calabrone lo ha punto procurandogli uno shock anafilattico. Nessuno sapeva che fosse allergico.
Il medico dice di avere fatto tutto il possibile per salvare Bobby, ma non è detto che quel tutto sia abbastanza, quindi adesso tocca a me.
So quello che devo fare.
Me lo ha detto mia madre, dieci anni fa, e su certe cose una madre non sbaglia.
Sa che una donna, strega o no, non perdonerà mai chi le ha ucciso l’uomo che amava e che una madre non rinuncerà mai al proprio figlio, il bambino che ha i suoi stessi occhi e i suoi stessi capelli.
S’impara a convivere col male così come s’impara a convivere con i capelli che cadono, la barba che s’ingrigisce, le giunture che scricchiolano, la vista che si offusca, i muscoli che diventano flaccidi.
Si tira avanti e si cerca far finta di niente confidando che il prezzo da pagare, alla fine, non sarà troppo alto o che qualcuno ci farà uno sconto.
Seppelliamo certe azioni, laggiù, nel profondo, sperando di non veder germogliare, nel nostro giardino, certi fiori di cui parlava Baudelaire e ai quali io, povero ragazzo di campagna, avevo dato un altro nome.
Fiori che ora sono spuntati di nuovo, nello spazio di un mattino e che vanno nutriti col sangue.
E, stanotte, io darò loro il mio al posto di quello di Bobby.
È molto tempo che me lo chiedono, apparendo nei miei sogni, affacciandosi dal lato sbagliato del mondo e mostrandomi il loro vero aspetto.
Fiori con i petali bianchi come ossa calcinate, i semi colore del sangue rappreso e il gambo nero come il fondo di una tomba.
Girabuio.

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