«Non è pericoloso».
L’uomo con la cicatrice si voltò verso il vecchio con la barba bianca seduto sul bordo del pedalò, attorniato da un gruppo di ragazzini, poi si girò verso il barista.
«Oggi si vede un vecchio con dei ragazzini e si pensa subito a un pedofilo. Una volta non era così» disse il barista.
L’uomo si massaggiò una guancia con aria colpevole. La cicatrice gli correva dall’angolo dell’occhio sinistro a quello della bocca. I punti di sutura erano vistosi, irregolari, e la pelle aveva un colore bianco rosato che spiccava sul volto abbronzato. Sembrava che una lampo storta gli attraversasse la faccia.
«Lo chiamano Omero» disse il cuoco affacciandosi dal vano della cucina. Stava appoggiato allo sportello, i gomiti sul davanzale, ed era chiaramente il padre del barista. La testa calva indicava quale sarebbe stata la sorte della capigliatura del figlio da lì a qualche anno. Indicò Omero. «Quale sia il suo vero nome se lo sono scordato tutti. Credo che anche a lui farebbe piacere dimenticarselo».
La porta del locale si aprì ed entrò un nugolo di adolescenti vocianti. Il barista andò all’altro capo del bancone a prendere le ordinazioni, mentre il cuoco dette uno sguardo all’orologio, decise che non era ora di pranzo, né dello spuntino, e proseguì: «Racconta storie ai bambini. Storie di mare, per lo più. Balene, tesori, pirati... ultimamente sono tornati di moda. È una specie di animatore».
«Ma non ha la maglietta dello staff» disse l’uomo con la cicatrice.
Il cuoco lo squadrò, sembrò domandarsi se l’uomo con la cicatrice era della finanza e decise di no.  «No, non ce l’ha» rispose. «Diciamo che il suo è più un passatempo».
«È in pensione?».
La radio si zittì di colpo e, alla musica, subentrò un annuncio. 
"Matteo, otto anni, aspetta la mamma al bagno Maremio. Ha i capelli biondi, porta gli occhiali e un costumino blu".
Omero si alzò di scatto, rivolse un paio di cenni ai ragazzini che lo ascoltavano, ignorò le proteste, raggiunse la striscia di cemento che, come un camminamento, univa i bagni della riviera, e si diresse a sud. Zoppicava. Il piede sinistro era storto, e lo costringeva a un’andatura caracollante, ma non lo rallentava.
L’annuncio partì di nuovo.
«Succede tutti gli anni, tutti i giorni, più volte al giorno» fece il cuoco. «Adesso esiste anche un servizio internet. Una app. o qualcosa del genere. Abbiamo pensato di dotarcene anche noi, ma...». 
«Omero è il nonno di Matteo? Oppure andare a trovare i bambini sperduti è un altro dei suoi passatempi?».
Il cuoco osservò di nuovo l’uomo con la cicatrice. Più intensamente, stavolta, come se avesse deciso di non limitarsi allo sfregio. Alla fine parlò. «Accadde nel ’76. Uno di quei bambini era il figlio di Omero. Solo che non lo trovarono più».

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