Babbo Natale era intirizzito e di malumore.
O meglio, lo era il Cogliati, in piedi, vestito da Babbo Natale, all’angolo tra Piazza Grande e Via Vittorio Emanuele II.
Per fortuna, però, non si vedeva. La barba finta nascondeva tutto.
Peccato prudesse come se dentro ci fosse una nidiata di pulci.
Il Cogliati si dette una grattata furiosa, cercando di non farsi notare. Poco prima una bambina, passandogli accanto, aveva chiesto:  «Mamma, Babbo Natale ha la rogna come Trilly?».
Cogliati non voleva sapere che razza di bestiaccia fosse Trilly – probabilmente qualche gattaccio viziato – e aveva scosso la campanella dorata che stringeva nella destra e che avrebbe dovuto attirare l’attenzione su di lui e sulle renne di plastica disposte sullo striminzito banchetto che aveva davanti.
La mamma della bambina lo aveva guardato come se temesse che lui pestasse il campanaccio sulla testa della pupattola... e, indovinate un po’, era esattamente quello che, anche se per un solo istante, il Cogliati aveva immaginato di fare.
Una pioggia sottile, gelida e insidiosa, prese a cadere dal cielo già buio.
Vabbè, almeno la barba finta lo avrebbe tenuto al caldo.
Peccato che, già alle prime gocce, puzzasse di cane bagnato.
Il Cogliati scampanellò di nuovo.
Renne di plastica in vendita a un euro. Il ricavato sarebbe andato in beneficenza a favore della polizia.
Polizia, già.
Che incarico della malora.
Il Cogliati avrebbe dovuto essere in giro a caccia di criminali. O anche solo al calduccio nello stanzino dell’autoparco a tirar sera fino a che non veniva l’ora di smontare. Gli sarebbe andato bene anche quello.
E invece eccolo lì, vestito come un deficiente a congelarsi le chiappe.
E tutto perché a un branco di disgraziati era venuta la bella idea di andare in giro a strappare le barbe finte dalla faccia dei finti Babbi Natale per poi postare i video in rete.
Risultato: bambini in lacrime, mamme indignate, negozianti furibondi perché gli acquisti calavano e figuranti con la faccia irritata per la rasatura troppo brusca.
C’era bisogno di scomodare la polizia, per questo, con tutti i serial killer, stupratori, mafiosi, assassini, delinquenti che c’erano in giro?
Quello lì, per esempio. Quella specie di orco barbuto che avanzava fendendo la folla. Senz’altro puzzava come un caprone, campava alle spalle dei contribuenti e viveva nella baraccopoli dietro la stazione – quando l’avessero spianata non sarebbe stato troppo presto.  
Non era forse il caso di perquisirlo per benino, quello lì?
E invece no.
A quanto pareva uno dei mocciosi che aveva assistito a una sbarbatura forzata era il nipote del sindaco, che era andato in tilt  perché aveva scoperto che Babbo Natale non esiste... cioè, fuori di zucca ci era andato il nipote, non il sindaco, ma chissà…
Fatto sta che il sindaco aveva chiamato il questore, il questore aveva chiamato il commissario e il commissario aveva chiamato lui, il Cogliati, e: “Allora, vogliamo entrare nella Mobile?” – “Come no, dottore?!” – “Bene, perché ho un incarico di fiducia proprio per lei”.
Mobile un corno.
Se ne stava lì impalato, al freddo e al gelo, da almeno un paio d’ore.
Perché quella banda di balordi – a proposito, come si chiamavano? Doveva essere uno di quei nomi americani del menga, preso da quella internet del menga e prima o poi gli sarebbe tornato in mente – preferiva agire all’aperto, nelle strade affollate, dove era più facile camuffarsi con un passamontagna, o una cuffia, o una sciarpa, e poi dileguarsi nella ressa.
Così toccava al Cogliati fare da esca e intanto la pioggia era diventata nevischio.
Vabbè, pausa caffè... no, pausa caffè un tubo: come cavolo faceva con quelle dannate renne di plastica? A proposito, ne avesse venduta mezza.
I depilatori folli agivano in gruppo. Uno strappava la barba e gli altri filmavano. Già, poteva  stare attento a quelli che andavano a zonzo sbandierando lo smartphone. Sì, come no. Tanto valeva stare attenti a tutti quelli che avevano due braccia e due gambe.
Intanto l’orco barbuto si era seduto su una panchina e guardava la folla. Anzi, sembrava che ogni tanto buttasse un occhio verso di lui, il Cogliati. Magari, oltre che serial killer, era un feticista delle renne di plastica.
Scampanellò ancora, tentando di scaldarsi le dita intirizzite.
Se l’orco avesse tentato qualche brutto scherzo, Cogliati non sarebbe riuscito neanche ad estrarre il ferro nascosto sotto il costume. O magari si sarebbe sparato a un piede. Se solo fosse riuscito a scaldarsi un po’... a meno che... «Ohè, collega».
Cioè, collega... Il richiamo era rivolto a un vigile urbano e lui era pur sempre un poliziotto, ma non era il caso di andare per il sottile.
Il vigile si avvicinò a Cogliati e lo guardò con una faccia da: “Adesso te lo faccio io il regalo di Natale, ti appioppo una multa che finirai di pagare a Pasqua”. 
«Polizia,» fece Cogliati estraendo il distintivo «sono in incognito».
«Ah, è per questo che mi hai chiamato “collega?”».
Ah già, mannaggia.
«Senti,» fece finta di niente Cogliati «devo assentarmi per servizio, tieni d’occhio tu questa roba?».
«State cercando i Debunker?».
Debunker. Ecco come si chiamavano. Glielo aveva detto Di Cicco, della Postale. Gli aveva spiegato anche che significava “gli smascheratori”. Avevano pure i loro fan. Gente che ce l’aveva con il consumismo natalizio, o le festività religiose, o il diavolo che se li portava. Uno scoppiato ne attira immancabilmente altri. Sempre a proposito del fare piazza pulita.
«Allora?» insisté il vigile.
«Te l’ho detto, sono in missione. Missione segreta. Allora, me lo fai ‘sto favore o no? E se vedi qualcuno di sospetto, come quel tizio...» indicò la panchina dove stava il gigante barbone, ma non c’era più nessuno.
«Sì?».
Già, mica gli avevano detto che cosa fare se avesse incontrato i Debunker… «Senti, sono qua dietro, non succede niente, ok?» lo rassicurò.
Si girò per allontanarsi, ma l’altro lo afferrò per un braccio. «Ehi» disse. «Quando farete qualcosa per quei cani randagi? Due dei nostri sono stati già morsi».
Cogliati liberò il braccio. «Ti sembro un accalappiacani?».
«No, ma neanche Babbo Natale».

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